Recensioni – Interviste

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Così commenta Vanni Spagnoli la mia pubblicazione LA VITA NASCOSTA su ilmiolibro:
Forse davvero “per nessuno c’è il nulla o la morte definitiva”, ma è certo che nell’aldiqua Felice Serino sperimenta, coi suoi versi, l’angoscioso passaggio tra una presenza e l’altra, tra uno ieri che lascia tracce precise che resistono agli anni ed un oggi che, troppo spesso, lascia smarriti. Poesie davvero toccanti.

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Recensione a “La vita nascosta” di Felice Serino
Di Donatella Pezzino

Il poeta: sognatore, visionario, angelo caduto. Nel caso di Felice Serino, anche viandante. La cui strada sta in quella sottile zona intermedia tra il mondo sensibile e la dimensione trascendente. Per questo viandante, la vita stessa è viaggio; una ricerca continua e instancabile, un afflato spirituale, prima ancora che lirico, verso quell’oltre che ogni realtà sembra sempre celare in sé. Non a caso, “La vita nascosta” è il titolo della pluriennale raccolta di liriche nelle quali, dal 2014 al 2017, l’anima del viandante si è voluta raccontare, riversare, svelare: nelle dolcezze dell’attimo, negli inciampi sotto la pioggia battente, nei vuoti incolmabili, nelle domande senza risposta; nei lunghi dialoghi con sé stessa e con Dio. Questo è Felice Serino, fine artigiano di sogni reali e di realtà sognante, aedo di una dimensione parallela in cui tutto parla con il linguaggio perfetto, intellegibile solo all’anima: il silenzio. E in Serino il silenzio racconta i ricordi, le lotte, gli affanni segreti; facendosi racconto di un lungo percorso verso quel punto luminoso e vitale che, lungi dall’essere il punto d’arrivo, diventa abbandono catartico. In questo percorso, l’anima errante si fa parola, e parola silenziosa; in quella contemporaneità di passato, presente e futuro che è, in fondo, la vera estensione del nostro vissuto. Come ogni silenzio, anche la parola silenziosa di Serino è coincidenza di opposti: tutto e niente, vita e morte, trascendenza e immanenza, carne e spirito. In quanto tale, ogni parola è un infinito: di voci, di suoni, di odori; di ricordi, di percezioni; di gioie incontenibili e di dolori laceranti. Quante cose quindi potrà raccontare? Quante potrà fare emergere dal cuore di chi sa ascoltare? Per questo, in Serino l’autore si fa, più che creatore, scultore del verso: uno scultore sensibile e amorevole, che rivela, sbozza, combina forme e sfumature; senza mai eccedere, perché la bellezza, così come la verità, sta sempre nel giusto, nell’armonico, mai nell’eccesso. Ecco perché ogni poesia di questo autore spicca per la sua moderazione: nei colori soffusi, quasi un bianco e nero appena rosato; nel numero dei versi, pochi e intrisi di dolcezza, anche quando in essi è il grido dirompente, lo strazio esistenziale, la malinconia che corrode. Un fiore esangue, spampanato già al suo sbocciare: perché nei suoi colori, l’occhio dell’anima vede già come fatto compiuto quel trascolorare che della morte ha solo l’apparenza, ma che in realtà manifesta la vera essenza della vita. Lo spirito: ecco la dimensione nella quale tutta la poesia di Serino si fa carne e sangue, per sublimare poi nella fede ciò che per altri è destinato a rimanere puro male di vivere. In Serino, la coscienza del dolore è ferita aperta: viva, bruciante, inguaribile. Eppure, il dolore è luce. Che ci guida, che ci sostiene. E che pure è possibile amare:

pure
ami la luce
ferita:

chiedile
delle infinite crocifissioni

fattene guanciale
in notti di pianto

Una fine che è dentro ogni inizio: perché andare avanti è un guardarsi indietro, dove uno specchio moltiplica all’infinito le nostre contraddizioni:

Luce ed ombra rebus in cui siamo
impronte di noi oltre la memoria
forse resteranno o
risucchiati saremo
ombre esangui nell’imbuto
degli anni

guardi all’indietro ai tanti
io disincarnati
attimi confitti nel respiro
a comporre infinite morti

C’è ovunque, in questo voltarsi indietro, un forte senso delle cose perdute: non puro e semplice rimpianto, ma quasi una cancrena, cresciuta nella parte più nascosta del cuore per poi radicarsi in ogni punto della carne, fino a creare un velo tra noi stessi e la nostra capacità di rapportarci al presente:

pensando a te vedo
il vuoto di una porta
e dietro la porta ricordi
a intrecciare sequenze indistinte
sogni e pensieri asciugati
mentre un sole
di sangue s’immerge nel mare

Il presente, in questo senso, si configura come una lunga sequenza di déjà-vu, intrecciando il vissuto alla memoria, e le immagini dei luoghi sognati a profumi realmente accaduti:

del luogo sente quasi il profumo
salire dalla terra
lo spirito che si piega
a contemplare

gli sembra di esserci già stato
o forse l’ ha sognato
… e quell’albero vetusto
sopravvissuto
a suo padre a fargli ombra
a occultargli
in parte l’ampia veduta
del mare quello stesso mare
che vide i suoi verdi anni

e il vissuto
(come in sogno) divenuto
lontana memoria

Il mare, la terra, la giovinezza; la visione, il ricordo, e poi, più profondamente, la coscienza di sé, nuda, scarna. Un sé da cui la morte, prima ancora che la vita ci abbia detto chi siamo, ci separa, ci libera, stemperandoci amnioticamente nelle acque di un cielo in cui la rinascita è al tempo stesso un ritorno.

alla fine del tempo
è come ti separassi da te stesso
in un secondo ineluttabile strappo
simile alla nascita
quando
ti tirarono fuori dal mare
amniotico
luogo primordiale del Sogno
stato che
è casa del cielo

Nella morte tutto, forse, sembra acquisire un senso nuovo: perché in quel distacco, paradossalmente, il mondo ci possiede come mai quando eravamo in vita:

ritenere antinomia
la morte – la tua

come un abbaglio o un
trapassare di veli

e nel distacco
quando
il mondo senza più te sarà
impregnato della tua essenza

” leggerai” il tuo
necrologio
pagato un tanto a riga

Non manca, in queste liriche, l’appello al sogno come via di salvezza dalla più scabra disillusione: ma lo scandaglio, minuzioso e severo, sembra non avere esito certo. La domanda resta appesa; gli anni a tremare, indistinti, nella loro stessa ombra. E’ l’indefinito, uno dei motivi più forti e pregnanti di tutta l’opera: quel punto cartesianamente evidente, chiaro e distinto, l’unica verità delle cose che, in ultima analisi, ci è data di conoscere.

è nello spazio delle attese
nel bianco del foglio
nel buco nero del grido di munch

l’indefinito
è nell’aprirsi del fiore
nel fischio del treno in un lancinante addio
nell’intaglio
dello scalpello su un marmo abbozzato

l’indefinito è in noi
sin dallo strappo
di sangue della nascita

Non esiste antidoto alla nostra piccolezza, alla nostra finitezza: tutte le riflessioni, anche le più raffinate, ci portano sempre allo stesso vicolo cieco, alla stessa prigione di carne e sangue dove lo spirito soffre, ricorda, ama. Per questo il viaggio, seppure inquieto e periglioso, è preferibile alla quieta stasi di una stanza chiusa: “forse meglio l’attesa/a dipanare e sdipanare le ore/che l’appagamento/senza più desideri”, perché il bisogno di desiderare è insito nella stessa condizione umana; quasi come l’atto del respirare, in cui un respiro ne attende un altro, e poi un altro ancora, per permettere al corpo di continuare a vivere. E’ questa attesa che rende l’uomo, pur nella sua limitatezza, arbitro del suo destino; all’interno, però, di un disegno più grande da cui Serino, in quanto uomo di spirito e di fede, non può prescindere:

chi mai ti toglierà quel posto
da Lui riservato
secondo i tuoi meriti
altro è la poltrona
accaparrata a
sgomitate
trespolo che pur traballa
come in un mare mosso
finché uno tsunami
non la rovescia la vita

Chi è il Dio di Felice Serino? Da un filosofo, costantemente proteso al fine lavoro speculativo, potremmo forse aspettarci qualcosa di complesso, di aristotelico, che ci spieghi in qualche modo i grandi quesiti dell’esistenza. Invece, il Dio di Serino è amore. Solo e semplicemente amore, e conoscibile in quanto la nostra anima ne costituisce il riflesso:

noi siamo proiezione di Dio
e come angeli incarnati
del nostro Sé
similmente di noi
i nostri figli

-frecce scoccate oltre
il corpo
dall’arco teso dell’amore

E’ il Dio dell’infanzia, della semplicità: dei lunghi colloqui del bambino con il proprio angelo custode, della vita dopo la morte, dell’eternità di quella Luce che culla e conforta l’anima alla fine del viaggio:

la Tua luce
abita la mia ferita
che trova
un lieto solco
nel suo risplendere

Tu
a farti bambino ed ultimo

per accogliere
il nomade d’amore
dalle aperte piaghe

Piaghe che rimandano ad altre, più profonde e traboccanti: le piaghe della Passione, il cui rosso sangue diventa, come l’ultima luce del cielo al tramonto, faro di salvezza per le anime disperse nei marosi della vita:

acqua mutata in vino
perché continui la festa

così al banchetto del cielo
con l’Agnello sacrificato
acqua e sangue dal Suo costato
dal sacro cuore vele
le vele rosse della Passione
nella rotta del Sole
per gli erranti della terra

E, seguendo questa rotta, si arriva; come è accaduto alle anime piccole che hanno creduto, e che chiudendo gli occhi hanno visto, attraversando il fango del mondo senza restarne macchiati, come espresso in questi versi dedicati a Madre Teresa:

la verità è il tuo sangue
che vola alto
planando
su celestiali lidi

oltre

le sere che chiudono le palpebre
sul cerchio opaco del male

http://poesiaurbana.altervista.org/recensione-donatella-pezzino-la-vita-nascosta-felice-serino/

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nota di lettura a “La vita nascosta” di Felice Serino (di Giovanni Perri)

E’ appena uscita, nei tipi “Il mio libro”, l’ultima raccolta di poesie di Felice Serino “La vita nascosta” (pagg. 368, euro 22; 2017): un volume corposo a cui il poeta ha dato impegno e abilità nel combinare forme quasi al limite della palpabilità, tale è la materia dei suoi versi, sempre indicativi d’un limite da attraversare,  una soglia variamente percepita a memoria di palpito o sollievo, come segnata a margine di un sogno.   Ed è inconcluso e sovratemporale il sogno, girato nel cono di luce che lo svela.
Serino ha questo progetto di magia nei versi: poesia come attraversamento e sosta, domanda nella risposta; inventario di formule aeree illuminate e illuminanti: quasi fosse un tragitto segreto tra pareti di vetro da cui vedere. Spesso si nota un tentativo di infrangere il vetro, magari con un urlo, magari l’urlo fa solo tremare il vetro, ma quel tremore basta poco a capire che è la sostanza del nostro mondo interiore: un mondo clessidra, pieno di feritoie e nascondigli, tutto paure e desideri,   bagagli con dentro il timore della felicità. Perché felicità è il Dio ascoso a cui Serino pensa con tutta la gravità possibile, cucendo lo strappo dell’amore-inquietudine, nella dicotomia essere/apparire, nella indomabilità del respiro di ogni minima luce da cui ripartire, nel desiderio di trascendere ogni possibile forma. Serino ausculta ed espande le onde magnetiche di un attrito originario: il battito del tempo, l’indefinita sosta nel regno dei sensi, ogni distanza immaginabile: ed è un vedere ad occhi chiusi ovvero un percepire, un ballare la danza obliqua della morte sublimando la vita nel brillìo di tutti i suoni.
Al centro la cifra altissima di versi capaci dell’azzurrocielo e del neromare, della terra che ha voce di uomini fatti angeli, vortici dove perdere mani e parola perché è lì la Vita nascosta, la forma entro cui è combinato ogni flash di pensiero, ogni sussulto capace di portarci  in un altrove ri-generante.

Giovanni Perri

http://poesiaurbana.altervista.org/nota-lettura-la-vita-nascosta-felice-serino-giovanni-perri/

 
SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

FELICE SERINO : “ LA VITA NASCOSTA” – Ed. Il mio libro – 2017- pagg. 368 – € 22,00 —-

Con una propria narrazione pacata e teneramente cucita Felice Serino (1941) riesce a realizzare volumi di poesia concepiti nel ritmo musicale corposo e ricco di sfumature , validamente sostenuto dalla sua intaccabile coagulabilità di autodidatta. Poesie scritte tra il 2014 e il 2017 , e qui sciorinate in capitoli : “trasfigurati aneliti” , “nell’infinito di noi” , “lo sguardo velato”, colmi di partecipazioni oniriche , di illusioni visive , di fragili vertigini, di aneliti di infinito , di vaghe chimere , di indicibili essenze.
“Ha un titolo davvero bello – scrive Giovanni Perri in prefazione – la silloge che il poeta mette in stampa affinché ci colga da subito pienezza e fragilità di un canto da cui discendere , o salire appunto, nel medesimo barbaglio, in un solo grande abbraccio di luce a raccoglierci, a definirci : scintilla interminabile di occhi inconclusi eppure trattenuto nella stessa ferita, nella stessa livida vitalità.”
Un tipo di poesia che fa leva sugli occhi, sulle capacità visive policromatiche degli occhi, questo organo della vista che ci permette di vedere, a volte, cose inaudite se accompagnato e potenziato dalla immaginazione. In questa poesia, da un semplice atto di osservazione, l’autore ricostruisce tutto un universo di sensazioni, di percezioni, di idee che altrimenti sarebbero rimaste nel buio del non-detto. Con la freschezza degli spazi precisi e centrati , con la tensione condivisa e affascinante degli incantamenti, Felice Serino ripropone i suoi esperimenti stilistico formali, ricchi di figure retoriche di armoniose e ampie declinazioni, mostrando le possibilità che la parola , povera e sussurrata , scopre nel fermarsi e fuggire, con levigatezza e nitore. L’alba e il tramonto, la primavera e l’autunno , l’amore e la morte , le vele e i sussulti , le nudità e i tumulti , vanno oltre il ripiegamento solipsistico, ove la superficie della tela ha la ricchezza di sinestesie e di nascondimenti coloristici, quasi a suggerire toni e controcanti in emblemi e stilemi.
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ANTONIO SPAGNUOLO 

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it/2017/05/segnalazione-volumi-felice-serino.html

 

Recensione a “Nell’infinito di noi” di Felice Serino (di Giovanni Perri)

È un circolo vizioso la poesia. La parola cattura, “t’apre il terzo occhio, parla all’orecchio del cuore”. Ci consegna quest’immagine in bellezza Felice Serino, nel suo ultimo lavoro “Nell’infinito di noi” nuovo e-book pubblicato da poesieinversi.it (ottobre 2016) : “il terzo occhio”: per dirci che due non bastano, forse; per darci un pianto più forte; per far convergere immagine ed immaginazione nell’orbita della sua lente lirica: che ha qualcosa di raro nel panorama odierno e cerca un battito acuto, che arrivi pungendo, svelandoci, all’apice di una luce altra, indicibile. Perché è così che si compone, tutta nel segno della rivelazione, questa poesia sintomatica che ha voglia di condurci, o piuttosto attirarci in un riflesso di luci e voci quasi catartiche, dolenti e salvifiche, tra veglie e sonni, ricordi e presagi, affanni e gioie a ricucire la vita in un’epifania di interni: dove risiede il cuore, appunto, malato d’amore per la vita, che batte e sente e più ancora “vede” in quel sentire. Perché è cantata, così a volte persino come ammonimento, la vita altrimenti sconfinata, nei “muri di casa che abitano il vuoto”, nelle “code di cometa a cui s’attaccano in sogno i bimbi”, persino “nei fondi di caffè”, profondi anch’essi nel “mare del sogno che è la vita che si lascia vivere”. E mai è temuta questa vita, che Serino ausculta mite, persino in limine, in quell’ora sospesa guardata dritta negli occhi, perché: “non serve prodigarsi più di tanto / non restano che spoglie l’anima è già via / nell’ora sospesa / fisseranno compunti quel viso di marmo / mentre il tuo presente ha chiuso la porta / il pugno o la palata di terra / con la benedizione dell’officiante poi / a tavola com’è uso per dire la vita / continua / qualcuno forse già alticcio / leggerà con deferenza / alcuni tuoi versi trovati in tasca / restano in rete briciole di te. Ed eccolo nel viale della dimenticanza l’abbrivio invocato, alfabeto dell’acqua e del sangue, a ricordarci che la vita è questo scrigno pieno di palpiti lasciati sulla riva a brillare, perché il tempo se ne curi e lo riservi in ogni autunno che si ripete, dentro lo scricchiolio di una semplice foglia, accartocciati e incolumi, nell’Infinito di noi; ecco l’enigma che s’invola, per impigliarsi nel vento, per essere vento sulla rotta del cielo, per accogliere “in vaghezze di luna l’erratico cuore” o per trovare la “piuma d’angelo” nascosta dentro la parola. E la parola galleggia, deambula talora specchio e vertigine, bottiglia nell’oceano e bussola di morte e vita, ed è già un fiore dalle radici d’oro, uscito dalla bocca del cielo, per esplodere. E forse l’esplosione è amore che ci piove addosso, scaglia a scaglia abbracciandoci, affratellati nell’unico destino, tremebondo, immenso.

Giovanni Perri

Recensione a “Nell’infinito di noi” di Felice Serino (di Giovanni Perri)

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SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

-Felice Serino – “Nell’infinito di noi” – 2015 – 2016 – http://www.poesieinversi.it –2016

Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, autodidatta, è’ un poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici e che ha vinto molti premi letterari. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia. 
Gestisce svariati siti su Internet di ottimo livello e qualità, che ospitano poeti anche prestigiosi. E’ stato tradotto in otto lingue.
In “Nell’infinito di noi”, che accoglie una presentazione di Giovanni Perri ricca di acribia, Serino continua ad elaborare la sua personalissima e originale ricerca letteraria.
La raccolta è suddivisa in due sezioni, entrambe costituite da quarantacinque componimenti, “Lo sguardo velato” e quella eponima.
Se la poesia è in se stessa sempre metafisica, si deve mettere in evidenza che, di raccolta in raccolta, Felice riesce a produrre componimenti collegati tra loro che, oltre ad essere “metafisici”, sono connotati sempre da un forte alone, o ancora meglio, da un’aurea di sorprendente misticismo postmoderno.
Il suddetto si può evincere, sia in testi che hanno come oggetto o tematica figure tratte dall’immaginario religioso, come il Cristo o gli angeli, sia quando il poeta proietta la sua vena trascendente in situazioni del tutto quotidiane, nelle quali l’io – poetante e le varie figure protagoniste, dette con urgenza, sono in tensione appunto verso l’infinito (e qui giocano un ruolo importante le tematiche della nascita e della morte).
Un accentuato senso del sacro caratterizza “Nell’infinito di noi”. Esso qui trova la sua espressione estrema, rispetto alle raccolte precedenti del Nostro, nelle quali già si notava. 
Il poeta sembra suggerirci, con il titolo della raccolta, che noi esseri, come persone, pur vivendo sotto specie umana, per dirla con Mario Luzi, già nel nostro transito terreno siamo infiniti e che le nostre anime sono immortali.
I componimenti sono tutti connotati (e non potrebbe essere altrimenti per quanto già affermato), da sospensione e magia che si realizzano nei versi icastici, veloci e leggeri.
Stabile è la tensione verso il limite nella ricerca dell’attimo in senso heidegeriano, della vita oltre il tempo degli orologi. 
Così Serino produce tessuti linguistici pieni di illuminazioni e spegnimenti, nei quali è visibile una luce, che è appunto quella di una realtà soprannaturale, che si proietta tout-court in quella delle nostre vite, restituendoci una notevole carica di senso.
Particolarmente affascinante, nella sezione eponima, la poesia intitolata proprio “Nell’infinito di noi”, nella quale sono stabili visionarietà, sospensione e dissolvenza.
In questa il tu, al quale il poeta si rivolge, e del quale ogni riferimento resta taciuto, è Nina, una figura che, nell’incipit, volteggia nelle stanze viola della memoria. Qui si evidenzia una forte tensione attraverso una parola sempre raffinata ed avvertita.
Particolarmente alto il verso “apparire o entrare nello specchio/ dell’essenza”, nella quale è presente una forte valenza ontologica. Nella seconda breve strofa della composizione il tu afferma che qui siamo affratellati nel sangue con la terra e la morte.
Poetica mistica, dunque quella di Serino, la cui cifra essenziale è quella di una parola che scava in profondità per riportare alla luce l’essenza dell’esistere in tutte le sue sfaccettature.
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Raffaele Piazza

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it/2016/10/segnalazione-volumi-felice-serino.html

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Recensione a “Frammenti di luce indivisa” di Felice Serino (centro studi Tindari Patti, nov. 2015)

Qualcosa illumina l’aria ed è un sentimento, la forma di un respiro accogliente che rigenera come un vento che è dentro la parola e si espande, perdendosi, in infiniti suoni a salire. S’io potessi cogliere la misura, la cifra di questo sentire che accarezza e pungola, farei senz’altro ammenda che la vita è mistero imperscrutabile, arte a proteggerci dai sogni tremolanti la notte, nel tempo di amore, appena plasmata la stanza nel corpo ritagliato da una luce di candela. Mi piace immaginarla così, tenuta da una piccola fiamma tra la mente e il cuore, la voce che in Felice Serino approda a questa comunione di sguardi fratelli, venuti a raccogliersi piano nel segno della luce calda e divina, nella sagoma d’un solo altissimo respiro: prima del tempo non c’era che amore quello-che-muove il-mondo danza nel cielo della Luce -pensiero della notte a scalzare le tenebre “Frammenti di luce indivisa”: ha questo titolo davvero bello la silloge che il poeta mette in stampa affinché ci colga da subito pienezza e fragilità d’un canto da cui discendere, o salire appunto, nel medesimo barbaglio, in un solo grande abbraccio di luce a raccoglierci, a definirci: filtra raggio verde dalla porta della conoscenza vi accede l’anima -assetata in estasi sanguinando amore scintilla interminabile di occhi inconclusi eppure trattenuti nella stessa ferita, nella stessa livida vitalità. Poesia d’apici e di gemme, si direbbe, ricamata sul lembo dell’aurora appena senti che qualcosa diviene come un dolore che innalza, germinando, tutta la vocazione a esserci in perfetto amore: perché amore è già nell’occhio che sente, invoca, reclama l’urto d’ogni domanda; la misteriosa faccenda del cuore solo e multiplo, del Dio dei confini tra la vita e la morte:. la vita ha in tasca la morte -siamo noi divino seme: non è che un perpetuo tramare “cospirazioni” del nascere miracolo d’amore e poi ancora: lanciarmi anima-e-corpo contro fastelli di luce specchiarmi nella sua “follia” e tu a dirmi: Lui l’irrivelato nasconde il suo azzurro – è lamento amoroso Ecco, questa dimensione spirituale, trafitta d’implacabili singulti onirici, che accompagna tutta l’opera e la tiene in bilico sull’argine tremolante di continui interrogativi; questo cercare ininterrottamente un segno, che svirgoli e sveli di qua e di là dal sogno l’intangibile immanenza del vero, immarcescibile segreto d’esser sangue nella lingua di Dio, unica strettoia possibile, nel tentativo di comprendersi d’infiniti frammenti; questo sorprendersi fieri d’ogni possibile destino, incolpevoli eppure miseri, mendici e mentitori per ricomporsi umani quanto basta: dammi Signore un collante di passione -atto di fede che snudi il giorno per fissare nel blucielo brandelli d’amore pezzetti di me Tutto questo è rintracciabile e altro ancora, in un’opera piena di vertigini giacché densa e altissima, profondissima, surreale, dove l’irreprimibile albero si rinnova, nominandoci: cogliere una piccola morte nello strappo di radice dove altra ne nasce dal suo grido cogliere l’inesprimibile di questo morire che s’ingemma d’eterno E’ questo rinnovarsi in uno strappo, tutto il dolore che il poeta asseconda, portandosi altrove, lievemente, arrovellandosi, dal buio staccando la parola, goccia a goccia, sterminata preghiera del cielo e del mare in un corpo che non vorrebbe peso: non puoi spiegarlo alla bimba dagli occhi di luna se non l’ha mai visto prima se non è rimasta rapita dal ricrearsi sull’acqua di riflessi dorati -ed è poesia… lei può solo sognarlo – il mare – come una carezza di vento salato e spazi aperti e voli… vederlo nel proprio cielo alla stregua in cui s’immagina un altrove chiamato paradiso e ancora.. si vive per approssimazione si sta come d’autunno… di ungarettiana memoria o dall’origine scollàti dal cielo a vestire la morte … fino al fiume di luce che ci prenderà e saremo un’altra cosa… congetture … ma lasciatemi sognare un sogno che non pesa Ecco: vorrei poter concepire una lettura che ne rievochi il battito; la sublimata cadenza dei versi a punteggiare un cielo nel cuore; vorrei restituire il movimento, nudo, degli occhi, a spalancare ogni possibile umore del sangue; vorrei poter dire con Serino che anch’io “da fenditure di un sogno/ spio il mondo; e forse anch’io vorrei “preesistere” all’amore, “gabbiano nel fondo degli occhi”, “veleggiato impastato di luce”, sparire come “chi in sogno segua una successione di stanze” e uccelli vede uscire dalla testa e “nel becco i versi d’una vita”. Ma poco rende il mio occhio, lo so; poco la mia parola che invoca le viscere e anche il mio sangue coltiva il fiore che non so dire. Così attendo alla capacità dei singoli d’innamorarsi d’un fiore di poesia; al sentimento di chi gli accosti l’orecchio, perdendosi quanto basti ad ascoltarne il battito perché ne ricavi unguento e bussola, donde un filo di luce tremebonda gli dia la formula che il poeta aveva tra i versi nascosta, mentre saliva sanguinando in bellezza la poesia.

Giovanni Perri

http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fpoesiaurbana.altervista.org%2Frecensioneframmenti-luce-indivisa-felice-serino-centro-studi-tindari-patti-nov2015%2F&h=7AQFYCG1U&s=1

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FRAMMENTI DI LUCE INDIVISA di Felice Serino

Il titolo di questa raccolta di poesie di Felice Serino è un ossimoro. Indiviso è, letteralmente, ciò che non è stato diviso, che non è possibile frazionare. Eppure, qui, la “luce” è stata ridotta in “frammenti”. Dunque, sembra esserci una contraddizione nel titolo, il quale, tuttavia, suggerisce il tema fondamentale che attraversa tutta la silloge, e cioè la difficoltà di rappresentare, di tradurre in parole, in versi ciò che si dà solo nascondendosi e che lascia di sé delle tracce, dei “frammenti” restando “presenza” inespressa, unità indivisibile e inafferrabile nella sua pienezza, nella sua misteriosa, “oscura” luminosità. E qui l’ossimoro caratterizza la natura della “luce”: di essere essenza aletheica 1), manifesta e, al tempo stesso, ineffabile. Fuor di metafora, la “luce” è la creazione, la poesia stessa ed è la bellezza che essa emana, in quanto sorgente da cui sgorgano le immagini, le visioni, i lampi che aprono al poeta il cammino lungo i “bui corridoi di parole dove/ una quartina balenante e poi indistinta/ vuol farsi luce ma quasi per sfida/ inafferrabile si fa/ gioca a nascondino con lui preso/ di sorpresa nei suoi vortici…ahi!/ sprovveduto poeta che non sa/ raccogliere in tempo un sangue vivo”. Questi versi, insieme con altri testi, appartengono alla sezione “Ladro di parole”: titolo che, se da un lato, sintetizza quell’impossibilità di cogliere pienamente la Bellezza, la quale è “spirito vitale” che nutre la sua vena creativa e gli “ribolle” dentro come sangue, dall’altro lato, indica il “mestiere” del poeta, il quale, sognando e agognando l’irraggiungibile meta, si ritrova a percorrere e a inoltrarsi nel bosco del linguaggio in cerca delle parole più adatte a rendere l’amore e la passione che lo governano e che egli tenta di catturare, di sottrarre, di strappare all’oscurità che sempre incombe lungo i sentieri della creazione. Ma ciò che egli coglie sono appunto i “frammenti” di una “luce” che filtra tra i rami inestricabili dell’impenetrabile foresta dei segni che, diventando simboli, partecipano di quella oscurità luminosa, di cui rimandano appena un lucore che non lascia rifulgere l’angelica bellezza, in virtù della quale il nostro poeta si sente trascendere senza però che riesca ad esprimerla. (“a trascendersi in me/ è forse un angelo/ (…) mi asseconda/ a snudare la bellezza/ da frammenti di parole e suoni/ qui nel mio sangue/ ecco si leva il fiore/ che non so dire”). In Serino, il desiderio d’infinito è più forte del dolore, del senso d’impotenza, del sentirsi preda del caos degli eventi. Una grande fede lo sorregge nel faticoso cammino esistenziale e non lo fa desistere dalla ricerca dell’assoluto, dal quale l’atavica caduta ha allontanato l’uomo gettandolo nel “mare-mondo”, in una distanza che sembra incolmabile. Ristabilire il contatto col cielo è possibile “se il precipitare/ in se stessi è in vista di risalita”. Fede e speranza permeano questa silloge, ma è la poesia a determinare quello slancio verso l’infinito. Perché essa è brama, è quella sehnsucht, quel tendere, alla maniera dei romantici, verso qualcosa d’inattingibile che, per Serino, è la “luce indivisa” della creazione: l’origine divina da cui tutto si è generato e verso cui tutto tende a ritornare. Ed è quell’oltre, dove “non c’è ombra”, dove la visione sarà chiara; dove, secondo l’insegnamento di San Paolo, guarderemo “faccia a faccia” e non più “per speculum in aenigmate”. Lì, l’uomo conquisterà la piena conoscenza, prenderà posto nella verità, si riconoscerà parte del Tutto che è in lui. Sarà come specchiarsi nell’Aleph, in quell’unità, in quel principio, in quel punto che per Borges è l’inizio, il tutto, la fine. E, dunque, secondo l’intuizione di Serino, la vita e la morte non sono l’una il contrario dell’altra, e viceversa; non si contraddicono; anzi, è dalla morte, dalla creazione ex nihilo che scaturisce la vita, e perciò “la vita non è prima/ della morte”. Questo stretto legame tra la vita e la morte è presente, soprattutto, nella prima sezione: “Di luce indivisa”, che riprende il titolo della raccolta. In parallelo con la morte – con la quale la vita si accompagna (“la vita ha in tasca la morte”) e che è il tessuto di cui la vita stessa è fatta, un “perpetuo/ tramare/ “cospirazioni” del nascere” – è il tema del dolore: “non solo quello/ da carneurlo animale/ ma sublimato”, sentito, vissuto soprattutto come sacrificio, nello spirito e sull’esempio del Cristo, come “Passione per la porta stretta”: quella che, come c’insegna il Vangelo, conduce alla vita e alla salvezza. La figura del Cristo è ricorrente ed è presente nei martiri della cristianità, in Agostino, in Madre Teresa, in Gino Strada, ai quali Felice Serino dedica alcuni testi appassionati, densi di spiritualità. E non manca, accanto alla fede, alla fiducia piena nel Signore, al quale egli chiede di plasmarlo secondo il Suo volere offrendosi ai Suoi piedi come “sgabello di gratitudine”, la terribile domanda dell’uomo del nostro tempo: quel “Grido” d’angoscia e di risentimento, al tempo stesso, lanciato forte verso il cielo e rivolto a un Dio assente o indifferente di fronte alle immani tragedie e ai mali che affliggono questo nostro povero mondo. Un “Grido” che, per la sua carica di dolore e di sgomento, tanto ricorda l’urlo di Munch. Esso si ripete più volte, come se volesse percuotere e scuotere le addormentate coscienze e sollecitarle a “rigenerarsi nell’urlo/ della Croce”. E quest’urlo che sembra squarciare il silenzio di Dio, scostare il velo del mistero, fa sì che il nostro poeta si affidi all’angelo custode perché lo “aiuti a scalzare/ ogni giorno la morte”, si senta sollevato dalla precarietà del vivere e si abbandoni al sogno fino a contemplare il “fiume di luce” oltre la morte, la quale egli finisce per negare, nella certezza di essere da sempre nella mente di Dio e, dunque, di godere già di una vita eterna, alla quale è impossibile morire. In Serino, il sogno ha questa funzione “rivelatrice”, escatologica, ma è anche il tuffo nel passato, il nostalgico “ritorno” alla “verde età fuggitiva”, che il poeta “rivive” in “lampi di visioni”. Non mancano in questa raccolta le poesie a tema sociale. In “Hikikomori”, “l’oriente/ dove cresce la luce” si perde con la poesia del mondo dietro “le spalle” dei ragazzi che, fagocitati dalla rete informatica, s’illudono di vivere esperienze reali senza rendersi conto di “precipitare” nel vuoto dei rapporti virtuali, di vivere “vite separate tra l’ombra e l’anima”, ovvero, quella condizione di «solitudine multipla» che il sociologo Aldo Bonomi ha sintetizzato efficacemente nel concetto di uomo glocale, condannato alla solitudine, pure essendo a contatto con tutto il mondo attraverso il sistema di comunicazioni in cui è immerso. In “Borderline”, il poeta rivolge uno sguardo pietoso ai miseri, ai diseredati, ai poveri “cristi” traditi dalla vita, prima ancora che dall’indifferenza degli uomini. Nell’ultima sezione: “Dediche e trasfigurazioni”, sono ricordati eventi tragici (l’11 settembre), le vittime per la giustizia, e personaggi, ovviamente cari al poeta, come l’amico Flavio, i poeti Ungaretti, Alda Merini, Rimbaud, Whitman; lo scrittore Hemingway; il filosofo mistico Swedenborg; l’attore James Dean; S. Francesco. E ritornano gli emarginati nella figura del clochard, “puntato a dito/ quest’uomo fatto/ torcia/ per gioco”. In questa silloge, che può essere considerata una “biografia” dell’anima del nostro poeta, troviamo, proprio tra le dediche, una poesia in cui egli parla di sé, del proprio “male di vivere” che riesce a respingere, a ricacciare indietro, come un “satana”, trovando la forza nella nuova luce dello sguardo dell’anziano con il quale si accompagna e i cui semplici gesti, un sorriso, una parola gli fanno riscoprire il senso e il piacere della vita. E questa riscoperta è la meta, che dà inizio e valore al cammino dell’uomo e del poeta Felice Serino.

(Guglielmo Peralta)

1) il termine è mio, derivato dal greco aletheia: svelamento, rivelazione, nel senso heideggeriano di non essere nascosto dell’ente.

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Felice Serino, Frammenti di luce indivisa (poesie scelte) letto da Angela Greco

Frammenti di luce indivisa – poesie scelte è l’ultima opera di Felice Serino pubblicato dal Centro Studi Tindari-Patti (ME) nel mese di novembre 2015 (dello stesso Autore Il sasso nello stagno di AnGre ha ospitato anche la precedente raccolta poetica uscita nel 2014). Il testo è articolato in cinque sezioni (Di luce indivisa; Dai cieli del sogno; Ladro di parole; In divenire; Trasfigurazioni e dediche) comprendenti una selezione di testi poetici che abbraccia i temi emblematici della poetica di Felice Serino: lo spirito, il rapporto con Dio, il proprio vissuto e la propria età, il sociale, ovvero quei motivi vicini ed universali che hanno colpito la sensibilità del poeta e che egli ha voluto “fermare” sulla carta. Sono attimi, frammenti appunto, catturati tra le esperienze quotidiane del corpo e dell’anima, momenti che Felice Serino vive profondamente e restituisce al lettore alla luce della sua esperienza del mondo. Quindi frammenti di luce non divisa, unita, indivisa appunto, come recita il titolo, perché ogni cosa, ogni persona, ogni incontro con l’umano e con il l’oltre-umano, per Felice è parte del tutto, è scintilla, raggio, che fa parte di quella luce maggiore qual è la Vita, intesa nel suo tratto terrestre e nel suo prosieguo oltre la stessa. E anche la Poesia diventa un modo di partecipare ad un progetto più grande del mero scrivere, di quell’atteso emozionare che principalmente è chiesto ad una poesia, divenendo in questo caso strumento di crescita soprattutto spirituale; elemento, quest’ultimo, in cui l’autore si ritrova pienamente. E’ una poesia dal tono asciutto, dal verso breve (come già nella precedente silloge di cui abbiamo avuto modo di apprezzare qui su questo blog), incisivo e colmo di studio, di preparazione sull’argomento, come ad esempio quando ‘parla’ Sant’Agostino a pag.23 (Si dice di Agostino), dove il poeta dimostra di aver ruminato il fatto filosofico, rendendolo in parole comprensibilissime, semplici come di francescana memoria. Una nuova scelta di poesie, dunque, quest’ultima di Felice Serino, dove non dispiace trattenersi e perdersi, approfondire e apprendere, accompagnati pagina per pagina dalla matura serenità dell’autore, che emerge in una dolcezza che non lascia non indifferente il lettore. (Angela Greco)

* poesie tratte da Frammenti di Luce indivisa (Centro Studi Tindari-Patti, 2015) .

L’angelo

noi lacere trasparenze
-sostanza di luce e di sangue-
a superare d’un passo la morte

solleva l’angelo un lembo di cielo
svela l’altra faccia del giorno (pag.19)

Vortice di foglie

distrazione del Supremo – dici –
la nostra parte mancante?
ovvero caduta
d’angelo nel mare-mondo?
non siamo che un vortice
di foglie…
ma se il precipitare in se stessi
è in vista di risalita (alla notte
segue il giorno)
allora non esiste –sai-
chi potrà recidere
questo cordone ombelicale col cielo (pag.43)

Congetture

si vive per approssimazione
si sta
come d’autunno…
di ungarettiana memoria

o
dall’origine
scollàti dal cielo
a vestire la morte … fino
al fiume di luce che
ci prenderà e saremo
un’altra cosa…

congetture

… ma lasciatemi sognare
un sogno che non pesa (pag.49)

Venne a trovarti la poesia

giunse come un vento lieve
a frugarti le pieghe dell’anima – e
guidandoti verso stanze inconsce
mondi paralleli ti apriva…

ora sperimenti il tuo daimon
-a divorarti per sempre (pag.72) .

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta. Vive a Torino. Ha pubblicato varie raccolte: da Il dio-boomerang del 1978 a D’un trasognato dove del 2014. Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.Tutta la sua opera è visibile on-line. SESTOSENSOPOESIA feliceserino’s blog è il suo spazio in rete.

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Felice Serino – “Palpiti di cielo” – e-book – http://www.poesieinversi.it 2015

Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, è un poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici e che ha vinto molti premi letterari. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia. Gestisce svariati siti su Internet di ottimo livello e qualità, che ospitano poeti anche prestigiosi. “Palpiti di cielo”, il libro che prendiamo in considerazione in questa sede, è connotato da un linguaggio pervaso da un forte misticismo nello sperdersi e indifferenziarsi dell’io poetante in spazi cosmici, interspazi, galassie o anche in squarci naturalistici. La scrittura è composta e composita, elegante e armonica e quasi tutte le composizioni sono suddivise in strofe. Spesso c’è un tu, al quale il poeta si rivolge, del quale ogni riferimento resta taciuto. La raccolta è costituita da due sezioni, quella eponime e quella intitolata “La composizione della luce”. La prima composizione, “L’indefinito”, che nel suo nome riecheggia vagamente “L’infinito” leopardiano, ha un tono programmatico, in quanto, in essa il poeta riflette nell’incipit sulla stesso poiein, sulla poesia medesima e sulla ricerca dell’ispirazione, cosa che avviene anche in altre composizioni: “E’ nello spazio delle attese/ nel bianco del foglio”. I suddetti versi spiegano e descrivono efficacemente il caos calmo dal quale emergono i testi poetici dopo una misurata pausa, quasi un raccoglimento preliminare del poeta stesso. Ottima la tenuta dei versi lunghi che Serino sa ben controllare. Ogni componimento fluisce in lunga ed ininterrotta sequenza e tutte le poesie iniziano con la lettera minuscola, elemento che produce sospensione e fascino, creando il senso di un’arcana provenienza, di un ipersegno possibile e affascinante. Temi fondamentali sono quelli della vita e della morte, il cui timore è superato tramite la raffigurazione di paesaggi iridati come quello dove il verde grida in folti ciuffi e gli alberi si cambiano d’abito. Nell’ambito del tema della poesia che riflette sulla poesia stessa, anche il libro di poesia fresco di stampa può divenire oggetto di riflessione, per il vertice di emozioni che il poeta prova avendolo tra le mani. Non mancano composizioni di stampo religioso, che si rifanno ai testi evangelici. Tutte le poesie sono dense concentrate e ben risolte. E’ spesso presente anche la vena di fisicità mistica, quando vengono detti abbracci senza mani e corpi immateriali. Una natura intrisa di mistero e stupore s’insinua nelle pagine che sembrano sottese ad un segreto antico. Poetica che ha il pregio di essere complessa e chiara nello stesso tempo, nel suo strutturarsi. Un tema trattato con suggestione è quello dei figli partiti per un eldorado e ai quali si fa l’invito di reinventarsi una vita nella fugacità del tempo. Poetica che di libro in libro brilla per originalità e compiutezza quella di Felice.

Raffaele Piazza

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il sasso nello stagno di AnGre
collaborativo di poesia,arte e dintorni a cura di Angela Greco

D’un trasognato dove (100 poesie scelte) di Felice Serino letto da Angela Greco
di Angela Greco

Felice Serino poesia

D’un trasognato dove è la nuova silloge poetica di Felice Serino, realizzata in collaborazione con l’Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano; cento poesie scelte nell’ambito di una vasta produzione sensibile ai temi dal sociale allo spirituale, sempre esternata con caratteristica gentilezza e partecipazione. La scrittura poetica di Felice Serino è breve, incisiva, toccante, colta e colma di richiami a quella sfera dell’esistenza da cui tutti proveniamo e a cui tutti torneremo. La forte spiritualità dell’autore è un balsamo per il lettore, che anche in questa scelta di testi, può incontrare se stesso e l’altro da sé in versi sintetici,dotati di forza e passione, particolarmente efficaci in relazione alla generazione poetica di chi li sta affidando alla carta.
Il testo assomiglia ad un cielo serale (e credo non a caso la copertina) punteggiato da stelle – cento – tutte volte all’attesa ealla metaforica vista del giorno, della maggior luce, di quella nuova prospettiva a cui lo stesso autore anela e che può essere intesa come un’armonia cosmica in cui ciascuno finalmente sarà in grado di comprendere quello che in questa vita gli è precluso. Felice si interroga ed interroga in questi versi,scuote la tranquillità, ricorda, condivide e soprattutto spera, percorrendo una strada a cui il lettore è invitato, fornendo finanche le domande necessarie per incamminarsi su questa via. E la poesia è il mezzo per seguire questo itinerario introspettivo.
L’ultima parte del testo, quella che raccoglie poesie dedicate, fa battere il cuore con tono maggiore, riconsegnando il lettore alla storia e alla società attuali; nelle ultime pagine la voce dell’autore si rivolge ai vari destinatari con tutta l’umanità dei suoi anni vissuti, affiancando figure di santi e di giovani, che hanno lasciato fortissimi insegnamenti, quasi a voler idealmente segnare gli estremi entro cui includere tutta la vita stessa dell’uomo, dal punto di partenza alla meta finale. [Angela Greco]

Poesie tratte da D’un trasognato dove di Felice Serino

Altra veste

un vedermi lontano
io che vesto parole
di carne
alfabeti di sangue
da me lontanissimo
ché ad altra
sembianza anelo
per voli su mondi
ultraterreni
§
Cielo indaco

confondersi del sangue con l’indaco
cielo della memoria dove l’altro-
di-te preesiste – sogno
infinito di un atto d’amore
§
Senza titolo

al di fuori di me –
io stesso luogo-non-luogo –
mi espando

di cerchi concentrici è il lago
del mio spirito: sasso gettato
dal capriccio della musa

fremito d’acque e stelle
§
Alta Engadina
diario [mentre “mi” scrivo spiando il mondo da qui tra terra e cielo]

è il caso di dire
un bianco da ferire gli occhi

la parete del ghiacciaio
riflettente una luce
quasi ultraterrena

a bucare la notte

-mentre qui
mi scrivo
§
In divenire

appoggiato alla spalliera
d’aria del divenire
tu–
arcoteso
futuro anteriore o
tempo che ti mastica

sangue del pendolo
§
Un appiglio

giorni sui precipizi vivendo
in braccio a capricci del vento
…un appiglio sarebbe il cielo
a rinascere
in echi d’inchiostro?
§
Sospensione

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio

riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi
*

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Autodidatta. Vive a Torino. Copiosa e interessante la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da Il dio-boomerang del 1978 a La luce grida del 2013); ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sette lingue. Intensa e prolifica la sua attività redazionale visibile anche on-line. Scrive su vari blog. (dal testo)

https://www.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Filsassonellostagno.wordpress.com %2F2015%2F02%2F09%2Fdun-trasognato-dove-100-poesie-scelte-di-felice-serino-letto-daangela-greco%2F&h=0AQGqHcSG&s=1

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RECENSIONE SU -IL CONVIVIO n. 60 – gennaio-marzo 2015

Felice Serino, D’un trasognato dove (100 poesie scelte), (libro edito dall’ass. Culturale Rosso Venexiano, pp. 124, euro 12,00)

“… e ti sorprendi a chiederti chi sei”,scrive Felice Serino nella poesia Sconnessione. Questa domanda indiretta accompagna volutamente tutta la silloge. D’un trasognato dove, dove il dove trasognato traspare durante il sogno. Infatti, in altre due poesie:”Dal di fuori” e “In sogno ritornano”, scrive: siamo come volti che galleggiano sulla superficie di un sogno, in sogno sovente ritornano amari i momenti del vissuto … emerge dai fondali dell’inconscio…I momenti del vissuto, scrive Serino e non i momenti di questo vissuto. C’è un dilatarsi dell’essere in uno spazio-tempo, come dice lo stesso poeta nella poesia “Senza titolo”: al di fuori di me – io stesso luogo-nonluogo mi espando, per cui questi momenti non appartengono ad uno spazio e ad un tempo definiti, ma al”lago del mio spirito”. Il lago con la sua forma ben definita che raccoglie l’acqua per sussistere, come l’Essere accoglie lo Spirito con la sua memoria animifica e eternizza. In “Maya” chiarisce meglio questa idea affermando: il di qua non è che proiezione nel prisma azzurro del giorno e la perfezione è la carne che si fa spirito… ecco, la luce nella carne si oscura… la luce verde della memoria scuote la morte… Come non pensare a Platone e al suo mito della caverna, dove le immagini che appaiono reali non sono altro che il riflesso di un’altra realtà. Quindi, la verità non è nel riflesso che appare reale perché essa ha delle zone opache, ma nella fusione del singolo spirito con l’immenso corpo cosmico, dove tramite il sogno l’irreale tende a rivelarsi reale, cioè l’eco spirituale suona la sua nota più alta : la poesia, Io pensiero dilatato a spolverare le stanze dell’oblio…sulle pareti la memoria metteva in luce emozioni dipinte su volti che furono me.Il poeta ritrova il filo di Arianna che gli permette di risalire il tunnel che conduce alla luce, quella luce che come egli stesso dice: nella carne si oscura, aspettare di nascere, uscire da una vita a rovescio. Ebbene, la realtà temporale presente farà ritenere sempre l’altra realtà un rovescio, ma è proprio il presente che raddrizza la realtà che, pur nelle sue apparenti deviazioni è lineare per permettere di immergerci nell’eterno-presente. Felice Serino se la pone come domanda: e si è immersi in un eterno presente? L’umana presenza crea il dubbio, quel dubbio che come scrive Descartes conduce alla presa di coscienza dell’esistenza. Ricorrenti nelle sue poesie sono le parole-simbolo: sangue,occhi, luce, sogno… sono parole che manifestano la sua ricerca, una ricerca compagna e guida. Ed egli come poeta-profeta guida se stesso e i lettori a percorrere i meandri dell’anima alla ricerca di un’immanenza che giustifichi la contingenza. Il Poeta riesce con fluidità linguistica a rendere visibile quello che egli stesso definisce: … e certo la fiamma che dentro ci arde sottile,ma c’è come scintilla di quella luce che riesce a manifestare nonostante il velo.

Pina Ardita

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SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO Felice Serino – Trasfigurati aneliti–Edizioni virtuali il basilisco – Poesieinversi.it – 2015 – pagg. 49

La nuova raccolta di poesie di Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, poeta pluripremiato, tradotto in sette lingue e che su internet dirige diversi blog e siti, si colloca sicuramente come il momento più alto della sua fertile e copiosa produzione. Cifra essenziale, che connota la poetica del Nostro, di raccolta in raccolta, èuna vena originalissima che parte da una visione del sacro, visto sia in maniera trascendente che immanente. Serino si pone nei confronti della realtà, del mondo, del cosmo, che nella nostra contemporaneità spesso diviene caos, inizialmente come creatura che anela ad un essere superiore tramite una religiosità che supera e va oltre le forme confessionali e ritualistiche della Chiesa. Sono spesso nominati da Felice Dio, Gesù, la Madonna e soprattutto gli angeli,ma il poeta non cade nel dogmatismo, credendo in un amore interessato per Dio,in un rapporto con Lui non mediato, tipico dei mistici, e che trova la sua realizzazione, il suo inveramento proprio attraverso, le sue poesie, che presentano unitarietà del discorso e coerenza. Proprio in questo modo e in tal senso egli da creatura si eleva a persona, che vive criticamente in una società, relazionandosi con essa secondo una sua personalissima visione del mondo. Tema essenziale del suo riflettere in versi è quello dell’amore per la vita,che lo porta ad una certa forma di ottimismo. Per Serino l’esistenza umana è degna di essere vissuta e anche la morte non è considerata come la fine di tutto, ma come il passaggio dalla transitorietà all’eternità. Non solo i contenuti sono originali nel poiein dell’autore, ma anche la forma dei suoi testi in massima parte brevi. Il poeta attraverso gli occhi si rivolge alle cose che lo circondano, che vengono trasfigurate in versi, divenendo cariche di senso e di pathos. Ecco dunque il sentire di Serino in “Trasfigurati aneliti”, che esprime la stabile tensione del poeta verso l’universo e anche verso il microcosmo. Il libro è costituito da 45 componimenti tutti forniti di titolo e non è scandito in sezioni, “Trasfigurati aneliti” potrebbe essere letto come un poemetto vistala sua unitarietà e tutte le poesie che lo compongono fluiscono in lunga ed ininterrotta sequenza e sono risolte in un unico respiro. S’incontrano diversi interlocutori in questa raccolta, ai quali l’io-poetantesi rivolge, figure che sono Dio, Gesù, gli angeli e anche esseri terreni dei quali ogni riferimento resta taciuto. Una vena epigrammatica connota il dettato del poeta che pratica una poesia neolirica. Si notano precisione, velocità, leggerezza, icasticità, grazia e armonia nel versificare di questo autore. A volte il tema del sacro si coniuga con quello della classicità, in versi sempre luminosi e controllatissimi.

Raffaele Piazza

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FELICE SERINO D’UN TRASOGNATO DOVE
Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano,2014, Pagg. 128, Euro 12

Felice Serino (classe 1941) è campano di Pozzuoli, autodidatta, vive a Torino, vanta una “copiosa e interessante”produzione letteraria, è noto in Italia ed è tradotto all’estero. Giordano Genghini nella prefazione a D’un trasognato dove, indica il tentativo che il Poeta rivolge alla ricerca di un oltre “inesprimibile”, che conduce al Divino, uno sforzo entro cui si rifugia. La raccolta comprende componimenti brevi o di media lunghezza, dai versi sciolti dal metro variabile generalmente raccolti in strofe; si rivolge in prima persona a un interlocutore in modo confidenziale. L’assenza dell’interpunzione e delle maiuscole, tranne eccezioni, può disorientare. Sono citati (con iniziale minuscola) Kandinsky, Van Gogh, sindrome di Stendhal,San Sebastiano, i Maya. Frequente è l’uso di alcune parole come specchio(d’acqua, di cielo, di vetro), luce, arco, sogno; la voce inglese unforgettable, alcuni termini specifici informatici e scientifici, o esoterici. Il libro si articola in cinque sezioni che procedono in maniera conseguente, così da disegnare un itinerario spirituale ben preciso che giova ripercorrere, per meglio conoscere l’Autore (Di palpiti di cielo, Del trasognare, La parola che fiorisce e dintorni, Dell’impermanenza, Dediche). Il suo cuore non pomperà sangue ma palpiti di cielo, etere, anzi, luce. Egli si confonde negli spazi siderali e pur nella sua piccolezza, si sente prossimo al Creatore dell’universo. Novello Ulisse viaggia nei cieli facendosi voce di Dio, così spiega che il Figlio s’è fatto crocifiggere per fare posto all’amore. In attesa di una seconda rinascita di Dio in terra, il Poeta vorrebbe risorgere come particella di cielo, pur fra ostacoli per emendarsi. Mi pare irriverente mettersi nei panni di Dio, o semplicemente stravagante: “in verità ti dico/ l’Albero di sangue/virgulto di mio Figlio/ il Giusto/ si è ingemmato/ ed espande nei secoli le sue radici/ in un abbraccio totale” (pag. 20). Il trasognare, è la conseguenza del bagno di luce,in una ricchezza di colori, in una contemplazione che eleva lo spirito, in cui ci si fonda con le particelle cosmiche e divine. Ma l’uomo-poeta ha anche visioni terragne, del vivere quotidiano, fra cui fanciulli giocare, ma anche relitti come bare sommerse nel mare, i migranti del Mediterraneo ne sanno qualcosa. I sogni sono “un’oasi di pace” che ci portano fuori di noistessi, si dispiegano nel profondo dell’anima, come segno di salvezza. Felice Serino travolto dai vortici, tra acque e stelle, si sente stordire “in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati/ si affaccia nel tuo sogno sudato/ quel senso di perdizione/ incarnato nel figlio/ prodigo che fosti/ emerge dai fondali/ dell’inconscio dove naviga il sangue/ e tu non puoi disfartene” pag. 39. Il Poeta considera la meraviglia della parola che fiorisce, che diventa poesia sui fogli di carta; che ci permette costruzioni fuori dal Sé e permette di padroneggiare la materia. In una sorta di estraniazione sente di ritrovarsi nel mistero, in tanti io diversi,nuotare badando di non soccombere dinanzi al male; ma sa che la vita è anche un morire a poco a poco, così commenta: “ti coniughi ad un presente che s’infrange/dove l’orizzonte incontra il cielo/ e ti sorprendi a chiederti chi sei/ oggi da specchi rifranto/ e moltiplicato/ mentre il tempo a te ti sottrae”(pag. 85). L’ultima sezione comprende dediche, in una sorta di discesa in terra, un doveroso riconoscimento di impegno affettivo, religioso ecivile; così alla moglie, a Elio Pecora leggendo Sandro Penna, a Karol Wojtyla, Simone Weil per la sua solitudine, a Dino Campana, David Maria Turoldo, a Madre Teresa, J. L. Borges, Padre Pio; ai ragazzi vittime del sistema: così Iqbal”portatore dei diritti dei bambini lavoratori” ucciso nel 1995, così Davide vittima stradale, Carlo Acutis stroncato dalla leucemia, Nkosi Johnson morto perché nato sieropositivo; anche ai migranti di Lampedusa; e infine”a tutti i carcerati e alla loro metà”. Felice Serino con D’un trasognato dove, credo offra una poesia cosmica. Erige mattoni per superare i limiti umani e pure quelli spirituali. Il suo dove emerge da “profondità oniriche”, forse perché ha trovato il divino dentro se stesso, pertanto invita a spendersi per gli altri; tuttavia esprime oracoli alla maniera della mitica Pizia.

Tito Cauchi
Da POMEZIA-NOTIZIE – febbraio 2015

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D’un trasognato dove – 100 poesie di Felice Serino Ass.Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014 Pagine:124 Costo:12€
Recensione di Lorenzo Spurio

Ha memoria il mare
Scatole nere sepolte nel cuore
Dove la storia Ha sangue e una voce. (37)

D’un trasognato dove – 100 poesie scelte è la nuova densa raccolta poetica di Felice Serino, poeta nato a Pozzuoli nel1941 che da molti anni vive a Torino. L’autore mostra di aver compiuto una meticolosa operazione di cernita in questo “canzoniere dell’esistenza”, tante sono le liriche che ne fanno parte e tante le tematiche che Serino trasmette al cauto lettore. Il fatto che esse siano state raggruppate in filoni concettuali intermedi da una parte facilita al lettore la corretta comprensione delle stesse e dall’altra consente all’opera una struttura ulteriormente compatta e costruita organicamente. È così che questi microcosmi-contenitori delle liriche di Serino si concentrano attorno a questioni che hanno a cuore il rapporto con l’aldilà, il tema celeste, il senso dell’esistere, la potenzialità del sogno, l’inesprimibile pregnanza del tessuto semantico, l’impossibilità di dire (l’impermanenza) e si chiude con un nutrito apparato finale di poesie dedicate a personaggi più o meno famosi della nostra scena contemporanea dal quale partirò. In questo apparato di dediche si concentra il fascino nutrito da Serino verso una serie di immagini simbolo quali quello della luce e del sogno (nella lirica dedicata Elio Pecora), il tema della Bellezza (nella lirica a Papa Giovanni Paolo II), il risorgere(nella lirica dedicata a David Maria Turoldo) e lo specchio come proiezione e frantumazione dell’io (nella lirica dedicata a J. Luis Borges). Sono queste solo alcune delle liriche che compongono questo apparato finale poiché ve ne sono varie di chiaro interesse civile che affrontano disagi e tragedie dell’oggi quali i disastri per mare dei tanti immigrati che sperano di giungere in Italia, le precarie condizioni degli incarcerati o gravi casi di violenza in cui alcuni giovani hanno riportato la morte come Iqbal Masih, tessitore di tappeti portavoce dei diritti dei bambini lavoratori che venne ucciso nel 1995 all’età di 12 anni e del quale Serino apre la lirica in questo modo: “come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni” (107). Nell’intera opera di Serino si nota una pedissequa attenzione nei confronti di isotopie, immagini costruite nelle loro archetipiche forme, che ricorrono, si susseguono, si presentano spesso perché necessarie; esse non sono solamente immagini che identificano o denotano qualcosa, ma simboli, metafore, mondi interpretativi altri: il sogno,la luce, il cielo, il Sole, tanto che permettono di considerare la poetica di Serino come celestiale proprio per il suo continuo rovello sull’aldilà, onirica perché fondata sull’elemento del sogno del quale si alimenta tanto da non poter dire spesso con certezza quale sia la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Si penserebbe a questo punto che il tema del tempo possa essere altrettanto centrale in questa silloge di poesie dove, pure, si ravvisa un profondo animo cristiano, ma in realtà il concetto di tempo è ristrutturato da Serino in maniera meno pratica, in chiave esistenziale, come costruzione della mente umana che però risulta avere poca rilevanza nelle elucubrazioni di una mente particolarmente attiva. Il sogno, l’onirismo e il surrealismo (citato anche nel momento in cui viene nominato il pittore catalano Dalì) sono il nerbo fondamentale della silloge dove il trasognare ne identifica l’intero percorso di formazione e conoscenza. Non è un caso che in copertina si stagli un albero frondoso e, dietro di esso, uno scenario meravigliosamente pacificante di un cielo verde-azzurro tipico di una aurora boreale che fa sognare. Dal punto di vista stilistico Serino predilige un’asciuttezza di fondo per le sue liriche (molte di esse sono molto stringate se teniamo presente il numero dei versi), dove il poeta evita l’adozione delle maiuscole anche quando queste dovrebbero essere impiegate ed ogni forma di punteggiatura, quasi a voler rendere in forma minimale il pensiero della mente proprio come gli è scaturito. Contemporaneamente il lessico impiegato è fortemente pregno di significati, spesso anche molteplice nelle definizioni, ed esso ha la caratteristica di mostrarsi evocativo, più che invocativo (anche se alcune liriche di invocazione sono presenti) o connotativo. Sprazzi di ricordi salgono a galla (“in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto”, 39) ma questi non hanno mai la forza di demoralizzare l’uomo o di affaticarne la sua esistenza poiché c’è sempre quella “comunione col sole” (47) che dà forza, garanzia e calore all’uomo che sempre ricerca risposte su sé, Dio e il mondo.

Lorenzo Spurio Jesi, 28-10-2014

http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fblogletteratura.com %2F2014%2F10%2F29%2Fdun-trasognato-dove-di-felice-serino-recensione-di-lorenzo-spurio %2F&h=uAQE1q4JC&s=1

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FeliceSerino – Di un trasognato dove (100 poesie scelte) Rosso Veneziano – Roma – 2014 – pagg. 124

Felice Serino, l’autore della raccolta di poesie che prendiamo inconsiderazione in questa sede, è nato a Pozzuoli e vive a Torino. E’ un poeta tradotto in sette lingue, cura numerosi blog e ha vinto diversi premi letterari; ha pubblicato molti libri di poesia. Il testo è composito, scandito in cinque sezioni, ed è ben articolato architettonicamente divenendo un libro compiuto. Tutti i componimenti de Di un trasognato vivere sono risolti in unico respiro,iniziano con la lettera minuscola, elemento che dà il senso di un’arcana provenienza e presentano quasi sempre un azzeramento della punteggiatura. Cifra distintiva della poetica del Nostro, in questo libro e nei precedenti, èquella di una vena spirituale, che si realizza in un misticismo moderno,luminoso, che s’invera nell’immanenza, che è spesso il mare magnum della quotidianità. Anche le frequenti descrizioni naturalistiche, come anche la corporeità dell’io-poetante sono pervase da una forte vena mistica. Programmatica la prima poesia del testo intitolata In una goccia di luce, che ha per argomento i temi del limite, della morte e dell’oltre, inteso come uno sperdersi nell’universo, divenendo, appunto, una goccia di luce. Chiarezza e nitore del dettato connotano i versi di Serino che procedono per accumulo e in lunga ed ininterrotta sequenza, emergendo gli uni dagli altri,quasi per una sorta di gemmazione. Già dal titolo del libro Di un trasognato dove si può intuire il carattere saliente delle poesie di questo testo e cioè quello di una ricerca che avviene come un sogno ad occhi aperti, ricerca di Dio e del trascendente che s’inverano nella natura e nella creatura umana che diviene persona grazie proprio al valore salvifico della parola poetica detta con urgenza, ma sempre controllata. Il dettato è leggero, icastico e fluido e, nel tessuto linguistico, si realizzano magia e sospensione attraverso la densità metaforica e sinestesica, che permea i testi. Le poesie presentano diversi registri espressivi. In Non ricordo la voce poetante è quella di Dio stesso che parla dell’albero di sangue del Figlio che espande nei secoli le sue radici in un abbraccio totale. Il sacro, nella sua fusione con il contingente, è l’etimo segreto che alimentala fonte dalla quale emergono i versi di Felice Serino. A volte compare un tu del quale ogni riferimento resta taciuto nell’accrescersi dell’alone di mistero. E’ presente il tema della creazione di Eva in un componimento molto alto, tra i tanti connotati da un tono biblico. Particolarmente bella la poesia Oasi di verde. nella quale è detta l’atmosfera sospesa ed idilliaca della lettura di un libro en plein air, in luogo ameno di alberi, mentre passa una ragazza che fa footing. Il mondo poetico di Serino, nel panorama attuale,è veramente originale per la sua sete di trascendente e per i suoi contenuti potrebbe essere paragonato a quello di Turoldo.

Raffaele Piazza

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Felice Serino – Frammenti di luce indivisa – 2014

Con Frammenti di luce indivisa Felice Serino ritrova la sua piena maturità espressiva, giungendo ad una grande originalità, confermando la sua cifra inconfondibile, già presente nelle raccolte precedenti. L’autore si può definire un poeta mistico calato nella contemporaneità, che si esprime tramite una scrittura che potrebbe accostarsi senz’altro a quella di David Maria Turoldo per i contenuti ma non per la forma. Il pathos, sotteso al poiein del nostro, si basa sulla semplice constatazione della presenza della vita, nella quale, in quanto esseri umani siamo immersi, nell’esserci sotto specie umana, che porta l’io poetante a riflettere sui temi della vita stessa e della morte. In tale senso si svela il senso della scrittura, in questo testo non scandito, che, per la sua unitarietà,potrebbe essere definito un poemetto. Di poesia in poesia Serino attraversa molte sfaccettature della condizione della persona calata nel quotidiano di ogni giorno, teso sempre verso una prospettiva trascendente. Il Dio descritto da Serino è pienamente immanente e pervade l’essenza stessa dell’io poetante. C’è quasi un rapporto confidenziale tra l’autore e Dio, un pieno abbandono del primo nel secondo. C’è un tu al quale il poeta si rivolge e dal quale cerca di ritrovare gioia, forza, luce e conforto per affrontare il mare magnum della vita. I componimenti sono spesso brevi,a volte più lunghi e divisi in strofe. Quasi tutte le poesie sono concentratissime e icastiche e risolte in un unico respiro. Alta è l’eleganza formale di ogni singolo componimento e tutti i testi sono ben risolti.
Frequente è l’aggettivazione che crea effetti sfumati e tutte le poesie iniziano con la lettera minuscola,elemento che ne accentua un’arcana provenienza con una consistente dose di ipersegno. Altro tema è quello di un naturalismo rarefatto e uno degli argomenti trattati dall’autore è quello della gioia di vivere per azzerare la depressione e, ovviamente, è la scrittura che riflette su se stessa il migliore antidoto alla malinconia e al dolore. Ogni pagina è illustrata con immagini di piume, come di angeli, per accrescere l’ansia e l’anelito mistico che trapela dai componimenti. Si tratta di un tipo di poesia,che scavando in profondità rende bene la tensione ontologica. Vengono detti angeli e santi (ad esempio S. Agostino) e si stemperano a volte i versi in un erotismo mistico. E’ espresso il ciclo della vita(infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia). Il dettato è chiaro, nitido,luminoso e levigato e c’è un forte senso etico. Si percepisce una forma di creaturalità dell’io poetante, nel suo tendere a diventare persona e i sintagmi sono scattanti e procedono spesso in lunga ed ininterrotta sequenza. Il componimento iniziale, Docile alle tue mani, ha un carattere programmatico e l’interlocutore è Dio, descritto come salvifico e amico dell’uomo. Si può dire che corporeità,carne, materia si fanno verbo e così sgorgano i versi, che possono essere letti anche come preghiere molto sentite e accorate. Altre volte il poeta si ripiega su se stesso nel suo solipsismo, con un profondo scavo nell’interiorità e lepoesie sono connotate da densità metaforica e sinestesica. Un esercizio di conoscenza,quello di Felice Serino con queste poesie alte, che sono un inno alla speranza dell’ uomo, che, se anche è una canna al vento è una canna pensante (e il pensiero stesso si invera nei versi).

Raffaele Piazza

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Felice Serino, “D’un trasognato dove”
(Ed. Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano)
E’ caratteristica essenziale in molti poeti la ricerca di una dimensione altra, per lo più disgiunta dalla materialità delle cose e allocata in un empireo che simboleggia la spiritualità, l’amore, il sacro. Questa ricerca indubbiamente parte innanzitutto da se stessi, nel prodigarsi a dragare nei labirinti della propria anima lacerti e spiragli di luce, di speranza, e di tutti quei valori che possano elevare la persona alla dimensione celeste, avvicinandola a quella meta che nel progetto della creazione può chiamarsi anche paradiso. E’ innegabile che ogni uomo tenda a superare, e a superarsi, quelle barriere fisiche e materiali che in qualche modo gli consentano di raggiungere, o almeno tendere, ad una certa realizzazione di sé, che non sta tanto in una mera e statica acquisizione di beni materiali, quanto nell’agognare quella famosa “felicità” o stato di grazia che sia, che soddisfi non solo il corpo, ma anche e soprattutto l’anima e il cuore.
Che poi questa ricerca venga estrinsecata, seguita e sviluppata anche in modo creativo ed artistico, nella fattispecie tramite la poesia, è segno di sensibilità personale non indifferente, in quanto l’artista, il poeta, ha il coraggio di mettere in chiaro ciò che gli scaturisce da dentro, ciò che gli detta il cuore. In un mondo in cui i modelli predominanti sono il rivestirsi di corporeità e di ricchezze materiali, da seguire come obiettivo primario della quotidianità, un canto elevato alla purezza dei cieli sembrerebbe anacronistico se non addirittura bambinesco: c’è altro a cui pensare nella vita di tutti i giorni, c’è da sbarcare il classico lunario e non c’è spazio per intime riflessioni trascendentali. Ma il poeta è e resta sempre un puro d’animo, egli vede sempre al di là del velo opprimente che copre il mondo di grigio e di organigrammi, sente il discorso della natura e lo fa proprio, nonostante tutte le ottenebrazioni e i frastornamenti offerti dalla pubblicità più subdola. Si tratta di liberarsi da ogni falsità terrestre, e questo al di là di ogni tipo di religione, chè è primario in noi, nell’uomo, questo senso vago, indeterminato ma sussistente, dell’al di là, inteso come luogo sublime ed eternamente pervaso di gioia, pace e felicità. Si tratta di raggiungere l’empireo, appunto, ricostruire l’antico filo di resistente speranza che, in fondo, c’è qualcosa di vero oltre la dimensione materiale dell’uomo.
Felice Serino è dunque uno di questi poeti che vede e che sente: “insaziata parte / di cielo / vertigine della prima / immagine / e somiglianza / vita / lacera trasparenza / sostanza di luce e silenzio / sapore dell’origine / fuoco e sangue del nascere” (“Lacera trasparenza”); sostanza di luce che permea tutta la sua raccolta poetica “D’un trasognato dove”, inesauribile canto di ricerca dell'”oltre”, assidua ed appassionata narrazione poetica del suo cercare quel “dove” che possa riscattare il senso materiale della vita, che possa nobilitare l’uomo.
“In una goccia di luce / s’arresterà questo giro del mio sangue / lo sguardo trasparente riflesso / in un’acqua di luna / sarò pietra atomo stella / mi volgerò indietro sorridendo / delle ansie che scavano la polpa dei giorni / delle gioie a mimare maree / nullificate di fronte all’Immenso / allora non sarò più / quell’Io vestito di materia / navigherò il periplo dei mondi / corpo solo d’amore / in una goccia di luce”: è il testo iniziale della raccolta di Felice Serino, testo emblematico che in qualche modo concentra e riassume la sua idea progettuale, e poetica, di un distacco dalla materialità al fine di trovare e provare, svestito di materia, quel nocciolo di verità assoluta, quei sentimenti puri non più inquinati o compromessi dalle implicazioni del corpo. Si tratta dunque di un discorso poematico di lungo respiro, tutto intriso di alta religiosità, una religiosità che richiama sicuramente la fede cristiana, pur non citando direttamente situazioni, fatti e personaggi della dottrina classica, ma traendo da essa i riferimenti più sinceri e puri: “- e gli esecrabili / delitti e la vita / tradita? / e il sangue innocente? / -non ricordo: in verità ti dico / l’Albero di sangue / virgulto di mio Figlio / il Giusto / si è ingemmato / ed espande nei secoli / le sue radici / in un abbraccio totale” .
La raccolta poetica di Felice Serino “D’un trasognato dove” è divisa in cinque parti: “Di palpiti di cielo”, “Del trasognare”, “La parola che fiorisce e dintorni”, “Dell’impermanenza”, e “Dediche”.
Pur mostrando una complessiva omogeneità di progetto, costituita essenzialmente dalla trama religiosa di cui sopra, che lega internamente tutte le composizioni della raccolta, nella quale l’autore riesce ad estrinsecare e a sviluppare esaurientemente tutta l’ispirazione primaria attorno alla quale si addensa il suo dettato, in mille diverse angolazioni, la quinta parte, “Dediche”, si discosta alquanto dal tema; si tratta qui di poesie ognuna “dedicata” ad un personaggio particolare (tra cui anche la moglie), che hanno evidentemente colpito la sensibilità del poeta, muovendolo ad esprimere considerazioni e riflessioni dal contenuto veramente nobile e importante, come ad esempio nella poesia dedicata ai migranti: “uscire / dal porto -il cuore in mano- / issare la vela della / passione / dietro lo stridulo / urlo dei gabbiani / tra le vene bluastre del cielo / foriero di tempesta / squarciare / nel giorno stretto / il grande ventre del mare / che geloso nasconde / negli abissi / i suoi figli” (“La ricerca” – Ai migranti di Lampedusa).
La scrittura poetica del Serino si presenta decisa, fluida, chiara, priva di tentennamenti espressivi e di vaghezze retoriche; è d’altra parte una scrittura non priva di un certo sapore lirico, e strutturata sulla base di versi brevi, in cui ogni termine, ogni parola, è fortemente risuonante.
Ne risulta complessivamente una raccolta di sicuro spessore poetico, interessante, propositiva oltre che riflessiva, che certamente induce nel lettore attento ottimi spunti di ulteriori considerazioni sia sul piano religioso che sul piano sociale.

Giuseppe Vetromile
3/1/15

 

 

 

INTERVISTA DI RAFFAELLA AMORUSO SU PLAUSO
Martedì 2 settembre 2014

Plauso è lieta di ospitare: FELICE SERINO

FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941. Autodidatta. Vive a Torino.
Ha pubblicato varie raccolte: “Il dio-boomerang” (1978), “D’un trasognato dove” (2014).
Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici.
E’ stato tradotto in sette lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.

PUBBLICAZIONI
Il dio-boomerang (1978), Frammenti dell’immagine spezzata (1981), Di nuovo l’utopia (1984), Delta & grido (1988), Idolatria di un’assenza (1994), Fuoco dipinto (2002), La difficile luce (2005, anche in e-book), Il sentire celeste (2006, in e-book), Dentro una sospensione (2007, anche in e-book), In una goccia di luce (2008), Cieli interiori (2010, in e-book, raccolta di riflessioni e articoli), Poesie (2010, in e-book), Lacere trasparenze (2010), Cospirazioni di Altrove (2011), Casa di mare aperto (2012), Magnetici occhi ha la notte (2012, in e-book).La luce grida (2012), In sospeso divenire (2013, in e-book), Un lembo di cielo (2013, in e-book), Gli anni ci diranno (2013), Frammenti di luce indivisa (2014, in e-book), D’un trasognato dove -poesie scelte- (di prossima pubblicazione).

Che cosa fai?
Sono in pensione dal 2001 (ex operaio metalmeccanico)

Come ti definisci?
Una persona semplice, modesta.

Qual è il tuo messaggio?
Il mio messaggio vuole comunicare solidarietà con chi soffre, tramite volontariato.

Come nasce un’idea?
Un’idea può nascere da qualsiasi cosa o situazione, che sorprende e ti sorprende.

Che cos’è per te l’ispirazione?
L’ispirazione è uno stato di grazia.

Che cos’è l’arte?
L’arte per me è la bellezza, comunicazione ed espressione che avvicina al divino.

In che circostanze ti vengono le migliori idee?
Le migliori idee mi sorprendono il mattino presto, qualche volta anche in dormiveglia.

Come si deve valutare un’opera artistica?
Un’opera la si deve valutare dal suo pregio di creatività ed originalità.

L’artista deve reinventarsi ogni giorno?
Certamente, reinventarsi per reinventare la vita nella sua arte di scrittura.

Che artisti ammiri e in che modo hanno influenzato le tue opere?
Artisti che mi hanno influenzato per il fatto che i loro scritti concordano col mio sentire: Jorge Luis Borges, Fernando Pessoa, Tahar Ben Jelloun, Alberto Bevilacqua.

Quanto conta per te pubblicare?
Pubblicare certamente conta e molto, per il fatto che puoi far conoscere ed apprezzare la tua opera tenuta nel cassetto, ed espanderti in campo culturale.

Quanto conta la copertina in un libro?
La copertina di un tuo libro è il tuo biglietto da visita, e certamente è apprezzabile se si presenta bene artisticamente.

Parlaci della tua ultima creazione
La mia più recente creazione consta in una scelta di una novantina di poesie tratte dalla mia intera produzione quarantennale, che vedrà la luce in una imminente pubblicazione.

Programmi per il futuro?
Per un prossimo futuro conto di bissare con una altrettanto nutrita scelta di poesie per una nuova pubblicazione.
Grazie Raffaella per questa opportunità.

 

http://plausodiraffaellaamoruso.blogspot.it/2014/09/felice-serino.html?spref=fb#.VAYaRaN9aCQ

 

 

 

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Il brano degli Autori – Divagazione sulla morte di Felice Serino

Mercoledì 03 Luglio 2013

 

Scritto da Redazione

 

 

Divagazione sulla morte

è il morire ciò

che affratella –

ma davanti al mistero chi non resta

confuso: nessuno a farci

un fischio dall’aldilà e

il dubbio è che sia come

un impalpabile sogno o risibile

sorte

esoterismo karma re-

incarnazione: per nessuno

c’è il nulla e la morte

definitiva

Felice Serino 

La motivazione di mettere in evidenza il brano selezionato:

Tutti conosciamo il ciclo della vita con le sue varie fasi dall’infanzia alla senilità fino all’epilogo.

Nonostante questa consapevolezza non è facile, per molti, parlare della morte, argomento da evitare, forse per la mera illusione di allontanare non solo il pensiero della stessa ma ritardarne l’ora.

Pensare alla morte, come fine della nostra esistenza provoca dolore, timore, dubbio, eppure essa è parte della vita, poiché ogni inizio ha una fine e se non esistesse la morte nemmeno la vita avrebbe ragione di essere.

Necessita, quindi, coraggio pronunciare il nome e il senso, e chi se non il poeta osa divagare sul significato della morte, della sorte, dei legittimi quesiti che l’animo pone dinanzi ad essa?

Felice Serino, nostro stimato autore, esprime con profonda umiltà e Amore universale una stupenda considerazione nell’opera premiata Divagazione sulla morte

è il morire ciò

che affratella –

il verbo essere indica nel tempo presente una certezza e un monito, rafforza il credo di Felice, contrariamente a un condizionale, che per il modus vivendi dell’attuale società, pregna di egoismo e indifferenza, risulterebbe più appropriato.

La morte, infatti, dovrebbe unirci tutti in una fratellanza umana e solidale, oltrepassando i confini che limitano le diverse religioni, il colore della pelle e ogni altra differenza sociale o etnica.

Siamo fratelli, non solo perché apparteniamo allo stesso cielo, nati allo stesso modo, ma soprattutto perché le nostre esistenze, pur se differenti per ceto, cultura o destini, terminano il maestoso e prezioso ciclo vitale in egual maniera.

Leggendo la stupenda lirica di Felice ho ricordato i versi di un altro poeta e uomo d’Amore, Sant’Agostino

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:

è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza

( da La morte non è niente )

Versi che sembrano fiancheggiare quelli del nostro autore

ma davanti al mistero chi non resta

confuso: nessuno a farci

un fischio dall’aldilà e

il dubbio è che sia come

un impalpabile sogno o risibile

sorte

La presenza del mistero, la confusione che ne deriva suggella la nostra realtà fra quesiti e dubbi irrisolti. Cosa ci sarà dopo? Esiste un oltre? Una nuova dimensione, un sogno, una forza imprevedibile e buffa?

esoterismo karma re-

incarnazione: per nessuno

c’è il nulla e la morte

definitiva

E’ superfluo cercare una risposta che convalidi la ragione o il futuro dopo la morte, non giova soffermarsi sull’oltre, piuttosto sulla vita, goderla pienamente con rispetto, apprezzando i suoi doni e i pregiati valori.

La morte rappresenta il segno incisivo di chi realmente siamo e quale solco lascia impresso la nostra orma sull’amata Terra, nei cuori di chi resta e dei posteri.

Unica certezza incontrastata rimane la vita, come l’abbiamo vissuta, cosa abbiamo dato e tramandato.

Unione e non divisione, amore e non odio, solidarietà e non ostilità, questa è la vita e la morte, indivisibili ed eterne sorelle di arcane, umane, indefinite e infinite temporaneità.

Ringrazio Felice Serino per aver donato a tutti noi e ai lettori questa pagina di saggezza e d’intensa riflessione, di monito e preghiera.

La custodiremo nel cuore perché ognuno possa sentirsi fratello e non più solo nella giungla che lentamente ci divora.

La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.

L.Pirandello, Il fu Mattia Pascal

A te, Felice, con stima e ammirazione

Gelsomina Shayra Smaldone

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 Commenti

E’ vero, nessuno mai è venuto a farci un fischio dall’aldilà, ma il solo pensiero della loro esistenza d’una volta, andare sulla tomba di una persona cara, ci fa sentire la loro presenza eterna nella nostra mente. Bellissima la poesia di Felice e altrettanto profonda la recensione di Shayra

Lorenzo

le recensioni di Shayra sanno colpire il cuore con quella sensibilità che ben rappresenta il suo modo di essere. Anche in questo caso la bellissima e profonda poesia di Felice diventa riflessione sociale e umana su uno dei misteri più profondi della nostra amata esistenza.

Un testo che anch’io ho apprezzato alla prima lettura per quella profonda saggezza che sa trasmettere oltre le righe del nostro destino.

Bellissima vetrina!

Massimo Verrina

Una grande sorpresa, per me, un regalo, amici, con cui avete voluto onorarmi, che non sento di meritare. Un grande senso di riconoscenza va alla bravura della cara amica Shayra, per la sua precisa disamina. Ancora grazie, un abbraccio, Felice

Una lirica intensa, che porta a profonde riflessioni, così come ha fatto Shayra nella sua splendida recensione.

Complimenti a Felice e a Shayra!

Dany

Daniela Giorgini

la nostra Shay delinea ed illumina in modo approfondito e preciso il grande testo soffuso del nostro Felice, complimentoni

Felice Longo

E’ stato un grande onore per me recensire questa poesia, non solo per le doti poetiche ben note di Felice ma anche per il contenuto.Mi ha profondamente toccato il cuore, giacché devo la mia forza, il coraggio, l’Amore e il senso della vita al pensiero della morte, che spesso sosta nella mia mente.Pensiero che non mi rattrista, non temo perché, nonostante tutto, mi fa apprezzare la vita, amare i miei fratelli e tutte le creature umane e animali.

Ancora complimenti, caro Felice.

Shayra

Gelsomina Shayra Smaldone

Una poesia questa di Felice Serino che avevo già apprezzato alla prima lettura, carica di una riflessione interiore che lascia una profonda scia di nell’animo.

Suggestiva, attenta e di grande bellezza la recensione di Shayra che l’accompagna e accompagna il lettore, sul filo dei pensieri del nostro autore. Molto apprezzata

Complimenti ad entrambi!

NellAnimaMia

Da: Attimi di Poesia

http://www.lamenteeilcuore.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5476:il-brano-degli-autori-divagazione-sulla-morte-di-felice-serino&catid=56:attimi-di-poesia&Itemid=94#comments

RECENSIONE ALLA SILLOGE DI FELICE SERINO “IN SOSPESO DIVENIRE”, 2013*

al di fuori di me –

io stesso luogo-non-luogo –

mi espando

Così, Felice Serino, dà alla luce l’ultima breve ma intensa silloge, “In sospeso divenire – Poesie dell’impermanenza”, titolo alquanto suggestivo e che, in pochi tratti descrive il ruolo stesso del poeta-uomo, dello scrittore, considerato per antonomasia il saggio, il pensatore, conscio d’una realtà fuggevole e capace, pertanto, di ravvisarne gli atomi in una sincrasi eclettica, unendo particelle e parole con una palpabilità maniacale. Ho parlato di “saggio” per un motivo ben preciso. Leggendo il Serino, m’è parso di risentire la lontana eco del Dao Dezi di Lao Tsu, saggio cinese che – nella succitata opera – scrisse una ben precisa frase: “Per questo il santo permane nel mestiere del non agire e attua l’insegnamento non detto. […]. Compiuta l’opera egli non rimane e proprio perché non rimane non gli vien tolto”. Si noti che la parola “Saggio” e “Santo” hanno, nel Tao Te Ching, la stessa funzione di soggetto. Come per queste “poesie dell’impermanenza”, il Serino ha la funzione di lasciare un’impronta, un segno lieve “in sospeso divenire”, per l’appunto, per poi partirsi, allontanandosi dopo aver detto. Il suo è un divenire lasciato ad altri, un qualcosa di incompiuto ma capace di tessere trama e ordito con una originalità impertinente, tra figure retoriche e costrutti semantici ridotti all’essenziale, eppure talmente precisi da centrare il cuore del bersaglio:

in trasognato sfarti figura

-quasi rito-

t’invetri

incielata diafana

qui troviamo qualcosa di molto raro, quasi una sorta di gioco di parole e reinventati neologismi privi di peccato ma che trascendono all’interno di un Locus amoenus racchiuso nell’utopia e nella stagione di una vetrina al di fuori del tempo.

Il Serino però è un treno in corsa lungo diverse stazioni, sfiora emozioni di ogni sorta e non placa sicuramente la propria sete nella forra dei giochi della parola propriamente detta. Egli si fa anche semplicità negli occhi e nei sogni di una bambina, diventa foriero dei cambiamenti dell’animo… si fa madre e poi muore alla vita.

Senza voler troppo aggiungere, per non guastare del lettore la sorpresa, il poeta Serino disvela e tributa la seconda parte dell’opera ai suoi amori, quelli familiari come quelli letterari, finanche alle letture di Ungaretti, Merini e Ginsberg. È una nota che suona differente in ogni tasto, il Serino e in questa breve silloge dà prova di quanta musica possa vantarsi l’animo umano, un Pathos capace di elevare o, talvolta, di colpire, lasciando senza parole attraverso la bellezza e l’irripetibilità delle sue dinamiche.

Di Marco Nuzzo

* e-book realizzato da www.poesieinversi.it

LA “CASA DI MARE APERTO” SPIRITUALE
NELLA PIÙ RECENTE RACCOLTA DI VERSI DI FELICE SERINO

di GIORDANO GENGHINI

Recentemente, edita dal Centro Studi Tindari di Patti, è uscita la raccolta di versi “Casa di mare aperto”, che riunisce tre diversi gruppi di brevi liriche scritte fra il 2009 e il 2011 dal poeta Felice Serino, noto – anche se non quanto meriterebbe – in Italia e anche all’estero (le sue poesie, pubblicate a partire dal 1978, sono state tradotte in sei lingue).
Il titolo della raccolta – lo si chiarisce all’interno del volumetto – è una citazione da Piernico Fè, e in qualche modo, a mio avviso, è la chiave per interpretare l’intera opera, caratterizzata da una lirica intrisa di spiritualità intensa che si irradia in molteplici direzioni: un “mare aperto” spirituale, dunque.
La lettura delle pagine – poco meno di cento – è un’esperienza straordinaria e irripetibile.
Il tessuto dei versi è coerente e ha un tono e un timbro inconfondibili. I temi toccati ruotano attorno a una ricerca spirituale intima del poeta ma nel contempo rivolta ad ogni uomo. I versi, come nei grandi artisti mistici del Medioevo, esprimono l’inesprimibile del mistero divino soprattutto attraverso il simbolo della luce. La spiritualità del poeta è però modernissima perché inquieta, mobile, non univoca.
Alcune immagini, metafore e parole-chiave sono ricorrenti nella raccolta. in primo luogo, la figura dell’angelo (o, meglio, degli “angeli / caduti / mendichi di amore”), simboli di aspirazione alla purezza assoluta. Ancora più rinvia a questa ricerca di purezza e verità assolute la metafora – che riappare in varie forme – del “corpo di vetro” o del “vetro del cuore”, cui si affianca la prevalenza di un altro emblema di purezza: il candore, che culmina nel “silenzio” di chi ha già lasciato la vita: l’ “immacolato manto / come un’immensa pagina bianca” che si identifica con l’ “Altrove”, ossia con il mistero occulto di “questa casa di vetro / eretta sulle nuvole”, a cui il poeta aspira – e alla cui rappresentazione concorre anche la suggestione generata dall’uso mai casuale o irrilevante degli spazi bianchi fra i versi o nelle pagine.
Oltre alla luce, altri simboli ricorrenti nei versi di Serino per esprimere l’inesprimibile – l’ “Oltre” – sono il sogno e l’azzurro, che si intrecciano con la musica nel tentativo di dare corpo (come nel “Paradiso” dantesco, di cui talora si avverte l’eco) al divino. Tuttavia, i versi di Serino non hanno certo caratteristiche tradizionali e meno che mai “cantabili”, in quanto nel loro originale ritmo si manifesta la presenza della realtà umana fatta di carne e sangue, dei “veleni del mondo” e, in particolare, del mondo contemporaneo in cui “l’autentico” è “violentato dal mediatico”.
All’interno di questa antitesi decisa fra l’ Altrove e il male del mondo (per il quale però, uscendo dal coro, la lirica del poeta non cerca espliciti capri espiatori, politici o di siffatto genere, cui attribuire ogni colpa) determinante è la funzione della poesia, che definirei profetica ma, anche, casa in cui rifugiarsi per distaccarsi dal male di vivere. L’autore infatti scrive: “nascosto starò nella rosa / azzurra della poesia”, evocando per analogia nel lettore anche il ricordo della “candida rosa” dantesca dei beati.
La spiritualità di Serino e la sua fede nell’Altrove non è mai incerta: “quando il mondo continuerà / dopo di me // a chi vi dirà lui non c’è più / fategli uno sberleffo”. Il suo misticismo non trascura le vicende della storia e degli ignorati “santi del nostro tempo”, di non pochi dei quali viene fatto esplicitamente il nome ( un esempio fra tanti: Oscar Romero, nel cui sacrificio, credo, il poeta vede il “rigenerarsi dell’urlo della croce” evocato in un’altra lirica).
La cultura su cui fioriscono i versi dell’autore è estremamente ricca: le stelle che la illuminano (lo si comprende da citazioni dirette o indirette, e soprattutto dalla ripresa rielaborata, nei versi, di altri versi, secondo una tecnica già presente in grandi poeti, da Dante a Luzi, ma usata in modo originale da Serino. Tale ripresa non è mai sfoggio di conoscenze: è invece indispensabile al disegno lirico dell’autore. Le stelle che rilucono nel cosmo intellettuale del poeta possono per alcuni aspetti essere forse accomunate, ma fra loro sono anche estremamente diverse: oltre al Gesù dei Vangeli e ad antiche (come Paolo e Agostino) e recenti (come, ad esempio, David Maria Turoldo) figure della spiritualità cristiana, figurano anche maestri di diverse spiritualità: da Steiner a Swedenborg a Paulo Coelho, per non ricordare che alcuni nomi. Né si possono dimenticare i riferimenti ai grandi poeti dello spirito: dal già menzionato Dante (alcune delle cui immagini, come quella del paradisiaco fiume di luce, sono rielaborate e riproposte in modo affascinante) ai più recenti Mallarmé, Borges, Pessoa, Ungaretti fino a poeti a noi vicinissimi come Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto.
La lirica di Serino si colloca nel panorama estremamente vasto di questa sorta di ideale “empireo della poesia” che si contrappone – almeno come possibilità di difesa – ai mali della storia. L’ampiezza dei punti di riferimento negli orizzonti culturali e letterari del poeta spiega anche perché la sua raccolta non rappresenta un tentativo – che sarebbe impossibile – di ricomposizione di tutti i punti di riferimento, ma una esplorazione spirituale, un moderno viaggio, termine ancora una volta da intendersi in senso dantesco.
A livello stilistico, il poeta dà vita a una lirica di grande intensità, che fa tesoro della lezione poetica del Novecento (in particolare, nell’abolizione della punteggiatura e della iniziali maiuscole) e del verso libero per creare un proprio originale timbro, spesso caratterizzato da affascinanti creazioni in miniatura, nelle singole liriche, di “opere aperte” che lasciano possibilità di diverse interpretazioni: né potrebbe essere altrimenti, dati i temi affrontati nella raccolta.
In versi densi di fratture e ricomposizioni, Serino ci propone – per rifarsi al “suo” Agostino – una “città dell’uomo” in cui abbondano le asprezze (“le viscere nelle mani”) e una “città di Dio” in cui risplende l’armonia dell’Altrove (“un cielo bianco di silenzi” in cui è protagonista disincarnato il “fiume di luce che / ci prenderà”).
Non è il caso che aggiunga altro a queste mie modeste note, perché ogni tentativo – come questo mio – di presentare nell’ambito di un discorso logico-razionale una poesia che tale ambito travalica, non può che essere povera cosa rispetto all’esperienza della lettura dei versi del poeta. E concludo proprio con un invito alla lettura e con un’ultima osservazione: la raccolta di Felice Serino è un “mare aperto” al cui interno si muovono potenti correnti di luce. Credo che, per renderci conto di ciò, basti rileggere la bellissima breve lirica che, non a caso, chiude la raccolta, e che qui riporto: “d’un presentito chiaro d’armonie // d’un trasognato dove // vivi e scrivi // – tuo credo – // tua casa di mare aperto”.
Non è un caso, credo, che il primo verso sia un armonioso endecasillabo e che il secondo e il terzo, uniti, a loro volta siano uno stupendo endecasillabo, come non è un caso che l’ultimo verso coincida con il titolo della raccolta.
La “casa di mare aperto” rappresenta infatti, come ho detto all’inizio di queste note, la spiritualità del poeta: ma anche, io credo, la meta di un approdo cercato già in questo modo e, infine, la prefigurazione della “casa di vetro” nell’Altrove, cui – come l’autore – più o meno consapevolmente a partire dai poeti, tendiamo noi tutti. O, credo direbbe l’autore, tendono consapevolmente coloro che, come scrive in un’altra sua lirica l’autore, fra l’affidarsi principalmente a Freud (o ad altre “divinità terrene” del mondo d’oggi) e l’affidarsi al vangelo di Giovanni hanno già compiuto una scelta.

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Un oltre in sé, quella “Casa in mare aperto” di F.Serino- Fernanda Ferraresso

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L’epigrafe di apertura, ripresa dalla dedica di Raffaele Crovi , a Flavio e Teresio, pare individuare con precisione quale sia la scialuppa di salvataggio per praticare quel mare aperto e arrivare a casa.

La poesia allena l’ “analfabeta”/ancora vergine di conoscenza / a “disincagliarsi dalla vita” /e a viaggiare dentro il mistero/(che è la somma delle verità).

Ma si tratta di trasparenze lacere, così le chiama Felice Serino, queste visioni , o voci, che arrivano da quel mare di cui dice e non ha nome, se non umanità, storia, e sembrano voci lacerate dalle perdite. I testi evocano, in questa silloge breve, altre parole, messe nell’acqua del linguaggio da altri , sin dal titolo del libro, che riprende una frase di Piernico Fè, come cita nella prefazione Marco Nuzzo: -creando una sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle molte sfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visione d’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane. –
E dovunque nel libro si sentono questi echi da terre senza nome, dispersi nei moti dei venti e tra le orme liquide dei naviganti, che hanno messo in mare i loro legni, le loro sementi, portando anche all’autore ulteriori germinazioni. Ciò che mira l’occhio di Serino non è direttamente il viaggio, ma il viaggiatore, poiché, come dice Pessoa, è lui il cammino. E qui , proprio riportando al suo piede e al suo occhio, al suo orecchio interiore, le voci degli altri, facendone terra del suo essere, Serino moltiplica questo andare in sé, lui terra e osservatorio di quel territorio senza fine, ma anche angusto, per la grevità dei gesti che si ripetono, e sono gesti umani, stratificazioni del pianeta e della memoria, miseria e guerra e preghiere come pietre che sembrano infossarsi più che elevarsi se non partono dalle più oscure profondità di ciascuno. In quelle stesse profondità, oscure, spesso minacciose, esiste un altrove, a cui abbiamo accesso, in cui esiste un rifugio durante la navigazione ed è quello che è casa aperta nel cuore del mare. Serve viaggiare, serve andarci e la poesia aiuta a fare vela fino a quel continente che, alla fine, dopo una vita intera di rotte praticate , si scopre essere un oltre in sé.

fernanda ferraresso

*

E TU A DIRMI

lanciarmi anima-e-corpo
contro fastelli di luce
specchiarmi
nella sua follia

e tu a dirmi: Lui
-l’irrivelato-
nasconde il suo azzurro – è
lamento amoroso

*

IL LATO OSCURO

e se fossi stato
dell’altro sesso in una
vita precedente
e ne avessi perso
memoria?

(ipotesi remota dici – di certo
campata in aria)-

junghiane profondità
tralasciando
scoprire come in un test
il lato oscuro del Sé
totale la parte
inconfessata (semplicemente
naturale) – la tua percentuale –

*

A RITROSO

(hikikomori)

un vivere a ritroso
le spalle all’oriente
dove
cresce la luce
vuoto delle braccia
vite
separate

tra l’ombra e l’anima

hikikomori: in Giappone sono oltre un milione. E’ il fenomeno di ragazzi che vivono di “rapporti” virtuali chiusi nella loro stanza
fuori dal mondo

*

L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO

indicibile la parte di cielo
ch’è in te e ignori – dice steiner
l’uomo in sé cela un altro
uomo: testimone che ti osserva e
sperimenti ogni ora:

basta che solo
un verso o poche note ti richiamino
a una strana forza interiore:
e cessi
di sentirti mortale

**

Felice Serino – Casa di mare aperto

In Casa di mare aperto Felice Serino mette in gioco una poetica caratterizzata da una vena epigrammatica e lapidaria; la scrittura ha il pregio di essere originalissima, condensata e veramente icastica. C’è in Serino la ricerca di un senso profondo della vita, che si confronta con una visione anche biblica, pur rimanendo nella sua immanenza, nella sua concretezza, anche se poco viene detto del quotidiano.
Le categorie alle quali fa riferimento il nostro sono: sogno, natura, tempo, amore, morte, eternità, Dio, preghiera, misticismo. Il Dio detto da Serino ha una forte vena antropomorfica.
I versi sono quasi del tutto privi di punteggiatura ad esclusione delle parentesi e dei trattini. Poesia si fa preghiera.
Il misticismo si coniuga a fisicità come in Riempire i vuoti, nella sezione Lacere trasparenze, nella quale leggiamo il bellissimo verso …”è un angelo che ci corre nelle vene”. E’ ricorrente il colore bianco, come simbolo di purezza.
Una vena intellettualistica connota questa poesia: sono citati Jung, Blake, ed Erri De Luca, tra l’altro studioso della Bibbia.
I sintagmi sono scabri ed essenziali e c’è qualcosa del primo Ungaretti. Molto alto il passaggio mistico il cielo è in noi e in noi c’è un altro uomo.
In Barabba c’è il tema del perdono di Dio tramite Gesù. Nel libro tutto veleggia in una dimensione di mistero.

Raffaele Piazza

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PREFAZIONE ALLA SILLOGE
“CASA DI MARE APERTO”

Appaga e tiene incollati ai versi, Felice Serino in questa sua silloge,
Casa di mare aperto, titolo preso da una frase di Piernico Fè, creando
una sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle molte
sfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visione
d’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane.
La poesia di Felice Serino, lungo tutta l’opera, si fa ispirare dagli scritti
e dai detti di altri poeti, narrandone poi il proprio punto di vista e poi
guarda, il Serino, osserva gli uomini in strati, tra guerre e miserie ne fa
condensa per i propri versi, spesso calcandosi in fondamenta di
preghiera quale speranza da ricercare nel proprio Es. Ed è proprio nel
divagare che il poeta racconta gli strati di cui è fatto, ritrovandosi
padrone di un altrove, un posto segreto nel quale rifugiarsi ogni qualvolta
ne abbia voglia, sia forse, pure, per quel bisogno di ricercare risposte,
certezze che tardano a venire.
Lo stile, seppur mai sfociante nell’accademico, presenta un vocabolario
ricco, per una struttura mai metrica ma sempre e comunque libera, a
sottendere una “quasi ribellione” agli stili assimilati dai poeti, creando
movimento, caos di poche righe ma che, con quei pochi versi, riesce a
colpire, acuminando la punta a ogni parola. Il risultato è densità,
introspezione e calma apparente; e dico apparente perché dentro, è un
continuo rovistare, setacciare e rimisurare le proprie norme, il proprio
fango e le scomposizioni di quell’insieme che siamo.
Nel mio dire, ho sempre attentato alla composizione stessa di ciò che è
Poiesis, come in un definirne il tutto e il niente stesso, l’eidos, la maturazione
stessa dell’idea che porti infine alla costruzione naturale di un proprio
percorso, fatto di una frotta di se stessi. Il Serino pare giunto ad una visione
personale, ma siamo un viaggio che dura tutta una vita, sempre con nuovi
fronti da scoprire; per questo è importante avere nuovi occhi, più che nuovi
orizzonti, per questo, all’abbisogna, necessitiamo d’essere illegali, rozzi.
Necessitiamo d’esser Poeti.

Marco Nuzzo
(febbraio 2012)

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Recensione su IL CONVIVIO

n. 54 – luglio-settembre 2013

a cura di Angelo Manitta

 

 Felice Serino, Cospirazioni d’un Altrove

(Vitale Edizioni, Sanremo, settembre 2011)

 

 

“Dinanzi all’Assoluto / misericordia mi vesta / di un abito di luce”. La poesia di Felice Serino, autodidatta, come si definisce lui, rasenta spesso il frammentismo. Questo ci induce ad affermare che la sua espressività poetica segue la scia della lirica novecentesca e ne ha assorbito, oltre che i moduli, anche l’anima. Ma la sua poesia, piena di emozioni e di metafore, di allusioni e di riferimenti letterari, è una poesia di sintesi, in quanto in poche parole riesce ad esprimere molti concetti. Un esempio è la citata lirica Preghiera che diventa anche emblema. Essa infatti appare solare, luminosa, piena di luce, una preghiera spesse volte laica, a volte religiosa, una preghiera di fronte al bello e all’Assoluto. Ma soprattutto la sua poesia è pregna di mille metafore. Bellissima l’immagine “abito di luce”, oppure ‘vestirsi’ di ‘misericordia’.

Se a volte la metafora (come spesso è successo nella poesia novecentesca) porta alla non immediata comprensione, questo invece non accade in Serino, il quale appare chiaro e calzante nella sua comunicatività. E oltretutto non è, la sua, una poesia astratta, lontana dalla vita, anzi appare moderna e vicina all’uomo contemporaneo, come quando manifesta la coscienza che “si crede dio / l’autentico violentato dal / mediatico / narciso / in annuvolati cieli / ingombranti la / psiche”.

La modernità della sua poesia è un avvicinarsi alla problematica dell’uomo di oggi, alla sua realtà e ai suoi modi di pensare, spesso intrinsecato in una profonda dicotomia filosofica che contrappone la luce alla tenebra, “danza nel cielo / della luce-pensiero: della notte / a scalzare le tenebre”, il bene al male (sorriso / di sangue), la bellezza alla bruttezza o al negativo, come appare nella poesia incipitaria Nascosto starò nella rosa, dove appunto “i veleni del mondo” si contrappongono alla “bellezza del cuore”, oppure la morte alla vita, che diventa anche “a-mors non morte”.

La luce ha comunque una parte essenziale nella poesia di Serino: essa è la vita, è il bello, è il sogno, è la memoria, è anche la morte. Quest’ultima infatti non è vista come estremamente negativa, ma fa parte della vita e persino del sogno dell’uomo, tanto da affarmare di “vedere l’angelo / della morte / entrare nel mio sogno”, ma questa richiama alla morte di Cesare “tu quoque brute” e riporta all’amicizia tradita. La morte a volte, infatti, avviene “per mano di chi / si credeva amico”.

A parte lo scavo interiore, che il poeta riesce a fare, coinvolgendo con le sue forti e profonde espressioni il lettore, un altro aspetto essenziale è la capacità di innalzarsi verso un sublime poetico che spesso si identifica in una contemplazione estatica della natura. La contemplazione del bello conduce alla felicità e alla serenità dello spirito e permette di superare anche il buio della notte. E’ questo il concetto che si deduce dalla lirica Dentro silenzi d’acque: “sul lago s’è alzata la luna / dentro silenzi d’acque / è dolce la luce / nel respiro delle foglie una smania che dilania / abbraccia i contorni della notte”.

La poesia di Felice Serino è bella proprio per questo: con delicate parole ci offre immagini poetiche, penetra e scandaglia l’animo umano, ci avvicina a Dio, proprio quell’ Assoluto, che è la Poesia, una poesia fatta di immagini stupende e delicate.

 

Angelo Manitta
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FELICE SERINO – COSPIRAZIONI D’ UN ALTROVE (Vitale Edizioni, 2011)

Raccolta di versi freschi se il lettore riesce a trarre in salvo la loro caratteristica sempiterna, divisa in due parti, nella prima, ch’è intitolata “D’un Altrove”, l’invito a ricontattare un patrimonio immateriale appartiene a meccanismi di riflesso, intrattenibili addentrandosi nel tempo massimo per fare parte di una logica da messa in posa. La grazia nel lavorare col Pensiero è una costante dell’Esistenza, avendo abbastanza Amore da far passare davanti, essendo a capo di una Pazienza resa intraducibile dall’umanità stessa. Il trasporto cosmico risente della bellezza dell’essere sovrani sulla propria pelle seppur impotenti nella rivisitazione dell’intelletto coniugato all’imponenza del Passato, quel non dare più battaglia ai riferimenti straordinari del moto globale. Il lessico è raccolto nell’emotività predestinata al vago, al vaglio degli elementi armonici di cui non ci si accorge più immediatamente se non con un bagaglio di sapienza per rendersi autentici e meno imitabili. Nella seconda parte, dal titolo “Verticalità”, il poeta continua a mantenere la sua posizione contando su nessuna competizione, con una sensibilità che s’inorgoglisce nella contrazione delle evidenze, domini racchiusi in personaggi romanzati tra le parole di mobilità fisica, dolorosa, protesa verso titoli e poteri soporiferi, di un incantesimo incalcolabile. Lo stato di comprensione assorbe una silenziosità di eventi usati singolarmente, intorno all’autore permane quel minimo di pressione atmosferica indecifrabile, che non le permette la collocazione della sua normalità in termini introspettivi, subendo quasi le precipitazioni di una sacralità appuntita, eppure ai punti nodali del giorno è necessario proteggersi dagli strumenti dell’imprescindibile, attesi non come fossero un univoco scherzo della Natura per testare della serenità in citazioni maturate per un’analisi dell’Inconscio logicamente inaridita per compiuta estasi. La composizione è votata al divenire profetico, d’accarezzare con la speranza di star bene dentro di sé, col cuore che batte e ne sei così certo che te lo ricordi spaesato dinanzi agli ostacoli che si levano con un soffio d’aria, che rappresentano il senso del volersi bene, dispiegato, consumato.

Vincenzo Calò

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associazione culturale noialtri

giovedì 19 gennaio 2012

Recensione: “Cospirazioni d’un altrove” di FELICE SERINO.
Poesie, Vitale Edizioni 2011, pp. 40, edf

Di Felice Serino avevo già letto qualcosa su Noialtri. La lettura della silloge
di recente pubblicazione, Cospirazioni d’un Altrove, inviatami dal Direttore A.
Trimarchi, mi ha spinta a fare delle ricerche sull’autore, per tentare di
scrivere una recensione il più possibile obiettiva. Non è, infatti, una cosa
facile anche perché spesso si teme di ferire la sensibilità di chi scrive.
Per quanto riguarda il Serino, ho visitato i siti personali e mi sono trovata di
fronte ad un autore profondamente innamorato della poesia: più di quanto lui
stesso creda, amore che, a mio parere, talvolta lo condiziona nella
liberazione spontanea delle emozioni.
D’altra parte, è innegabile la sua predilezione per la poesia ermetica e i suoi
canoni. Il poeta ermetico non vuole e non ha bisogno di troppe parole per
esprimere gli stati d’animo e le intuizioni. Gli è sufficiente utilizzare un
linguaggio raffinato e senza fronzoli per evocare la gamma dei sentimenti e
cercare di svelare il mistero che circonda il significato della vita,
esorcizzando la solitudine disperata che avverte dentro di sé quasi come una
fascinazione, e che lo spinge, a volte, a trovare rifugio in una sorta di
misticismo espresso con versi brevi e criptici. In Serino non manca nulla di
tutto ciò, ma una cosa è l’attrazione e la spontanea condivisione per la “poesia
pura”, che si esprime con termini essenziali, senza orpelli di sorta, un’altra
imporsi di scrivere in un certo modo.
In verità F. Serino corre poche volte questo rischio, ma lo corre, e ciò accade
quando si lascia tentare da una specie di compiacimento nell’uso delle parole.
Per fortuna, interviene ad aggiustare tutto proprio la causa che produce
l’errore e cioè l’amore per la poesia che gli canta dentro. Ecco che allora i
versi scorrono fluidi, limpidi, ad evidenziare l’arte di questo autore che
sembra aver trovato la risposta al significato della vita, com’è possibile
percepire dall’opera in esame, nella visione surreale della scoperta del mistero
dell’esistenza, legato alla figura salvifica di Dio e degli angeli,: niente da
perdere/ col disfacimento se oltre il fragile/ apparire sarai tutt’uno/ con
l’immenso corpo cosmico/nell’eterno girotondo dei/pianeti / nel sorriso di Dio
.
È proprio in questa raccolta, composta da 41 testi e suddivisa in due parti, il
cui titolo si ispira a Paolo Coelho, che quanto detto prima, assume una
connotazione più intensa. Nella prima parte, D’un Altrove, l’autore oltre alla
dichiarazione d’amore alla poesia e alla sua sublimazione nascosto starò nella
rosa/………azzurra della poesia/ perché non intacchino/ i veleni del mondo/ la
bellezza del cuore/
, oppure come in un sogno lucido mi vedevo/ librare oltre le
nubi in levità/ l’altro lato mi appariva il versante/luminoso in forma di
poesia/ un’armonia nel tempo perduta/ essa non era che il vissuto compreso/in
una bolla d’aria un frammento d’eterno/
, sembra ossessionato dal pensiero della
morte che appollaiata sulla…..spalla dalla culla…..non dissimile dalla vita ci
spinge a riflettere su cosa resterà della nostra storia scritta sull’acqua. Sono
le eterne domande dell’uomo trasformate in metafore intrise di sogno, quel sogno
che riavvolge il film della vita affrancando il cuore appunto con la poesia.
Nella seconda parte, Verticalità, all’inizio, ricorre il rischio legato sempre a
quella specie di suo compiacimento nell’uso delle parole: vedersi su un piano/
inclinato esistere/ sperdimento in/ lunato albeggiare/ su deriva dei sogni/ Lama
della mente/ incrinata azzurrità/ il vetro del cuore
; poi, lasciandosi andare,
raggiunge i livelli che rendono giustizia alle sue capacità, nel momento in cui
canta: sul lago s’è alzata la luna/ dentro silenzi d’acque/ è dolce la luce/ nel
respiro/ delle foglie una smania che dilata/ abbraccia i contorni della notte/
,
o ancora, dinanzi all’Assoluto/ misericordia mi vesta/ di un abito di luce/
amen.

Belli e intensi anche i testi dedicati o che prendono spunto da personaggi
famosi con cui evidentemente il poeta è entrato in sintonia. Questo dimostra che
è proprio il fattore empatico che gli permette di accoglierli nella la sua
interiorità per essere in grado di continuare a cantare il sogno: lasciami
entrare nel tuo sogno/ adesso che col soffio di Dio/ ne scrivi pagine
ineffabili/……..dalle labbra della notte stanotte/ mi pare udire……una sinfonia da
musica delle sfere
.
A chiusura la lirica, Inverni, e ancora una volta, una domanda esistenziale:
quanti ancora ne restano/ nel conto apparente degli anni/ incorniciati nella
finestra i rami/ imperlati di gelo e la coltre/ candida che copre/ anche il
silenzio dei morti. Immacolato manto/ come un’immensa pagina bianca/ la immagini
graffiata da/due righe di addio/ il sangue delle parole già/ rappreso mentre/ è
lo spirito a spiare da un/ lembo di cielo
. Sono gli ultimi due versi a dare la
risposta, espressa, come sempre, da una visione surreale perché il poeta si
ritrovi a vorticare in un vento di luce spiando il mondo da fenditure di un
sogno
.

Annunziata Bertolone, per l’Associazione Culturale Noialtri

***
**
*

Intervista a Felice Serino (flymoon)
24/02/2012

Felice Serino, alias flymoon, è nato a Pozzuoli nel 1941. Attualmente vive a Torino.
Copiosa e interessante la sua produzione letteraria, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti.
E’ stato tradotto in sei lingue.
Intensa e prolifera la sua la sua attività redazionale visibile anche on-line.
Scrive su vari blog, fra cui su My Space, sul trascorso Splinder e su WordPress al presente indirizzo https://sestosensopoesia.wordpress.com/
Alcune opere sono state pubblicate nel blog de La Mente e Il Cuore, prima che si trasferisse nella rosa
degli autori del nostro Salotto di Poesia e Letteratura La Mente e il Cuore

PREMI PRINCIPALI DI POESIA:
2° Premio Arno d’argento 92, Firenze, Entel Mcl
I° Premio Un Poeta per l’Europa 96, Firenze, Entel Mcl
I° Premio assoluto al Premio per la Pace 01, Cultura e Società, Torino
2° Premio al Concorso Omero-magna graecia 03, Napoli
3° Premio Santo Gringeri 03 – I luoghi del cuore, Pellegrino-Me
2° Premio al Concorso Artenuova 2004, Propata-GE
2° Premio Santo Gringeri 04 – I luoghi del cuore, Pellegrino-Me
I° Premio al Concorso Naz.le Ibiskos 2006, Empoli
2° premio a pari merito al “Premio Renato Milleri (Remil) – Poeta
dell’anno” 2007, per merito acquisito nel campo artistico-letterario
2° classificato ex aequo del gruppo dei finalisti al IV Premio “Per
non dimenticare Enrico Del Freo” – Centro ENTeL M.C.L. Massa – Carrara
2009
3° Premio Il Golfo 2010, Napoli
I° classificato “Il Golfo”, Napoli, febbraio 2011

Tra i vari critici hanno scritto di lui:
Isabella Michela Affinito, Giorgio Bárberi Squarotti, Enrico Besso,
Nunzia Binetti, Reno Bromuro, Antonio Catalfamo, Maurizio Cucchi, Ezio
Falcomer, MarieChristine Fournier, Silvia Denti, Fabio Greco, Stefano
Jacomucci, Maria Lampa, Antonino Magri, Marco Merlin, Carlo Molinaro,
Sandro Montalto, Vincenzo Muscarella, Antonio Pugiotto, GianCarla
Raffaeli, Filippo Solìto Margani, Luciano Somma, Michela Zanarella,
Teresio Zaninetti.
Dopo aver letto alcune sue opere, ho desiderato conoscere meglio la sua personalità.
Gli ho scritto, invitandolo a concedermi un po’ del suo prezioso tempo, ha accettato con mia grande
soddisfazione e gioia.
Fra poco sarà qui tra noi e nell’attesa rileggo qualche sua poesia.

Proletari

distinzioni di classi
niente di nuovo la storia si ripete
noi pendolari voi vampiri
dell’industria che evadete il fisco
(imboscando capitali sindona insegna)
ed esponete le chiappe al solleone
sulla costa azzurra o smeralda
(lontani dal nostro morire –
in città-vortice sangue solare
innalziamo piramidi umane
per l’alba di mammona)
dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo
(burattinai per vocazione
di questa babele tecnocratica)
averci diseredati crocifissi
con bulloni a catene di montaggio

Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai
[numero monografico n. 730, maggio 2008]

Un’opera che, sebbene risalga agli anni 80, è sempre attuale per la forte denuncia e la profonda sofferenza
espressa, oggi più che mai sentita dai lavoratori.
Nonostante sia rapita e assorta dalle mie riflessioni , odo suonare alla porta de La Mente e il Cuore,
vado ad aprire.
– Ciao Felice, aspettavo la tua gradita visita, prego accomodati, conosci già la strada.
– Sono onorato della gentile accoglienza.
– Il camino è acceso, fuori si gela ma qui il calore ammanta il nostro salotto come le nostre anime, è
davvero piacevole e confortevole quest’atmosfera, non trovi?
– Mi ci trovo veramente a mio agio. E’ un calore particolare, tra amici di penna.
– Sei una persona e uno scrittore molto conosciuto e stimato, immagino che la mia intervista non ti sorprenda…
– Sinceramente un po’ sì.
– Allora cominciamo, ti confesso che provo una certa emozione.
Cosa ti ha indotto a scrivere la tua prima poesia?
– Volevo provarlo a me stesso; ma i primi tentativi sono iniziati un po’ tardi, verso i 28 anni.
– Quali sono stati i sentimenti e le emozioni che hai provato in quel momento e per chi?
– Ero mosso da una strana spinta interiore, mai provata prima. I sentimenti che sentivo di esprimere erano
dettati da un momento triste della mia vita: la perdita di mio padre.
– Puoi citarla?
– Veramente non ricordo un solo verso di quella poesia (se vogliamo chiamarla poesia).
– Ho letto alcune tue opere ed ho notato che spesso il soggetto è l’amore, definisci questo sentimento e
cosa rappresenta per te.
Vorrei definirlo con questi versi; amore come dono di sé, ma anche sacrificio e senso di giustizia.

come un bosco devastato
intristirono la tua infanzia
di pochi sogni

tra trame di tappeti e catene
ancora grida il tuo sangue nei piccoli
fratelli – il tuo sangue che lavò la terra

quel mattino che nascesti in cielo – dimmi –
chi fu a cogliere il tuo dolore adulto
per appenderlo ad una stella?

Questa splendida poesia, dal titolo Iqbal, dimostra una profonda attenzione verso i temi sociali, è un
interessamento che ti rende onore.
Cosa potremmo fare, secondo te, perché il mondo sia migliore e non dimentichi nessuno?
– Potremmo, e non solo a parole, immedesimarci negli altri, gli abbandonati, i derelitti, i senza tetto,
i senza lavoro… preoccuparci di più di essi con opere benefiche e di volontariato, anche se le soluzioni
ai problemi mondiali dovrebbero partire dall’alto…
– Può la poesia rappresentare un messaggio per il nostro prossimo?

ti so dolce presenza
-tu che visitavi i giardini
del cielo-
ti so dentro di me come
un amico o un figlio
( dal brano A Carlo Acutis)

Una magnifica dedica che ci fa comprendere il tuo credo, quindi hai fede in Dio?
– Il messaggio, in qualsiasi modo lo trasmetti, e specialmente nell’arte della scrittura, si può riassumere
nella parola amore, come condivisione con l’altro, come fede nella vita e nella creazione, nell’essere
spirituale, in Dio.
– Hai mai incontrato un angelo su questa terra? In chi l’hai visto?
– Un angelo non l’ ho mai incontrato, ma l’ ho visto nello sguardo di un mendicante all’angolo della strada,
con ali invisibili e con un cane a fargli compagnia.
– A quale personaggio femminile della storia o della letteratura scriveresti d’amore?
– A Simone Weil, che ammiro moltissimo e la cui figura mi ha ispirato più di una poesia.
– La vita è poesia, sei d’accordo?
– Certamente, meravigliosa e drammatica insieme.
– Ed è anche un insieme di momenti di luce ed ombra, qual’è il tuo attimo impresso nella mente e nel cuore
in modo particolare?
– Non saprei. Ma un attimo particolare impresso nel cuore resta senz’altro il momento (tardivo) in cui ho
conosciuto mia moglie, e la mia vita ha avuto una svolta.
– Hai scritto una poesia a riguardo? Vuoi condividerla?
Certo. Eccola:

MOMENTO
ad Angela

[ispirata in dormiveglia il 28.10.2007,
a 48 ore dal mio 66° genetliaco]

torpore:
velo di tenebra sugli occhi
mano che ti muore nella mano

ed è bellezza anche questa:
minimo ritaglio dell’eterno

– Attribuisci un aggettivo o una sensazione ai quattro elementi, fuoco, terra, aria, acqua.
– Mi sono interessato un po’ di astrologia, anni fa. Gli elementi, in sintesi, sono la vita, l’universo: il fuoco
è ardore, la terra concretezza, l’aria dispersione, l’acqua introspezione e sensibilità.
– Quale di questi elementi paragoneresti a te stesso, al tuo poetare e perché?
– Senza dubbio all’elemento acqua (appartengo al segno dello scorpione, acqua come elemento):
sensibilità e profonda introspezione sono peculiarità del mio poetare.
– Se dovessi rivolgerti ai tuoi lettori, a cuore aperto, cosa gli diresti?
– Mi sento gratificato della vostra attenzione e dei vostri elogi, che non sento di meritare.
– E ai giovani?
– La cultura è un elemento basilare nella vita; non si finisce mai di imparare, di conoscere. Leggere
sempre, non disperdersi in cose futili che lasciano il tempo che trovano.
– Quanto ti ha dato la poesia?
– Tanto. Da oltre quarant’anni mi dedico alla poesia, dalle prime stroncature di giudizi ad alcune
affermazioni in concorsi, che mi hanno dato lo sprone dopo periodi di delusioni. Devo dire che sono stato
ripagato abbondantemente. La poesia mi ha sollevato anche da alcuni periodi di depressione, quindi sono
io che devo molto a lei.
– A quale scrittore ti senti più vicino e perché?
– Mi sento vicino, con le debite distanze, al grande Jorge Luis Borges. Un poeta surreale e visionario, i cui temi
riconducono all’Enigma, all’Infinito, al chi-siamo-dove-andiamo (“… presto saprò chi sono” è un suo verso che
mi affascina).
– La MC ti gratifica?
– Si, mi gratifica molto perché ho incontrato persone speciali con cui confrontarmi.
– Cosa vorresti esprimere alla nostra redazione?
– Un semplice ma grande grazie insieme a molta riconoscenza a tutto lo staff!
– Felice, secondo te cosa è preferibile, amare e soffrire o non amare per non penare?
– Certamente amare anche soffrendo, altrimenti la vita non avrebbe finalità né senso.
– C’è davvero una netta differenza fra sogno e realtà?
– No, secondo il mio sentire, non esiste una netta differenza, dal momento che ritengo la realtà nient’altro che
un’apparenza (“la scena del mondo”, come dicono i Vangeli), una rappresentazione, come il sogno, appunto.
– Immagina di dover partire improvvisamente, cosa porteresti con te?
– La Bibbia.
– Ed ora donaci un pensiero…
– Ecco un pensiero di “lettura/scrittura” di un po’ di tempo fa:
Capita, a volte, leggendo un brano di trovarti specchiato nella profondità di quel pensiero espresso
dall’autore e di riconoscervi quanto si era agitato nella tua anima attendendo di adagiarsi sul bianco della
pagina: proprio perché quel pensiero, collimando col tuo, ha reso più chiara e più forte la profondità di quella
intuizione che hai colto dal tuo inconscio, esplorando gli anfratti della tua memoria sensoriale, ed affermandola
nel portarla alla luce.E’ però significativo (ed è più che naturale) che ciò avviene dopo, in una verifica a posteriori,
e non prima quando potresti lasciartene influenzare, col risultato di una cosa artefatta, mancante di originalità.
E’ una sorta di transfert – comunicazione misteriosa e inconscia della creatività.
– Traspare chiaramente dalle tue risposte, una grande personalità, pregna d’amore, d’attenzione verso il prossimo
e alle problematiche sociali, arricchita da una profonda sensibilità verso la vita, i sentimenti e i valori che associ a
ogni sua singola espressione.
Riconosci l’essenza del sentimento puro negli occhi di un mendicante, di chi soffre ai confini della società, per
questa ragione ami la natura nella sua variegata complessità, sapendone cogliere l’attimo e il senso.
Sei un uomo saggio, raccogli nella tua anima, come gemme preziose, le esperienze altrui e ne fai frutto
intrecciandole umilmente alla tue.
Hai la capacità di alleviare il dolore attraverso la poesia, sempre guidato dalla fede che ti fa corazza.
Posso affermare, con certezza, che sei un uomo e un poeta d’Amore, ed è sicuramente per questo che sei
riuscito a esprimere ciò che di più bello palpita nel tuo cuore, perfettamente compreso e ammirato da coloro che
hanno inteso premiare più volte, e in diverse occasioni, le tue opere, tutte d’elevato spessore emozionale, artistico
e lessicale.

Come un irradiarsi di cieli

chiedere a Dio quella protezione
che il mondo non può dare

rifugiarti a quel nido dove
Egli attende come una madre
il suo piccolo perduto

nuda allo scoperto
sei creatura nata per la terra
-ma del cielo-

dove sempiterna dimora
Compassione

Ringrazio di cuore Felice Serino per avermi concesso l’onore di approfondire la conoscenza del suo sconfinato
spirito di uomo e poeta, astro d’un cosmo tutto da scoprire e contemplare.

Gelsomina Shayra Smaldone

*

Commenti

shayra sei una fantastica intervistatrice.
Sono felice di aver letto di flymoon, vedere il suo volto, queste interviste mi fanno sentire ancora più vicina agli autori.
E’ bello che la fede ti sia così conforto Felice, è bello sentirti dire che la poesia ti ha salvato più volte, è lo stesso per me.
Continua ad essere dei nostri. Questo sito è meraviglioso anche per merito vostro.
patrizia sgura

davvero bella questa intervista a Felice, un poeta che molti lettori conoscevano fino ad oggi solo attraverso i blog, e che invece nasconde una ricchezza di premi e talento da vendere. Capita sovente che non sapendo chi sia l’autore, non si abbia idea della sua preparazione artistica, del suo bagaglio culturale, e anche dell’età. Ci sono poeti giovani che prima di svelarsi davamo per anziani, o viceversa, quindi secondo me sono davvero utili questi incontri culturali, ampliano il confronto fra le persone, i nostri lettori, e tutti i curiosi che magari scelgono d’isciversi nel nostro bel salotto culturale.

Complimenti Shayra, un ottimo lavoro!! E naturalmente complimenti a Felice per il suo eccellente curriculum, siamo onorati di averti fra noi.
Massimo Verrina

.

Impariamo a conoscere i nostri autori attraverso le loro opere, ma le interviste ci consentono un contatto diretto, nel quale, attraververso le risposte,conosciamo più approfonditamente sia la persona che lo scrittore ( o scrittrice).E’ una grande emozione!
Felice Serino mi ha donato quest’emozione, lo ringrazio di cuore per avermi concesso la possibilità di penetrare nei suoi pensieri oltre che nella sua meravigliosa poesia.

Con stima infinita.
Shayra

una grande e stupenda intervista che delinea on modo particolare un autore speciale, complimentoni ad entrambi.
Felice Longo

Splendida intervista tra frammenti di poesia e vissuti d’Anima

Grazie Shay e Felice
Un abbraccio
Lorenzo

Eccellente intervista ed eccellente Shayra! Voglio esprimere la mia riconoscenza a MC per aver permesso di farmi conoscere un po’ più a fondo.
Un grande abbraccio! Felice

Intervista splendida questa tua Shayra, che mi permette di scoprire un autore a me conosciuto solo attravero i suoi profondi quanto interessanti e bellissimi versi e che invece ora posso “vedere” anche come persona dalle mille sfumature e prospettive di poeta. Un graze ad entrambi e complimenti!
NellAnimaMia

Molto bella questa intervista, che sembra fatta davanti ad un camino dove scoppietta allegramente la legna che arde. Più che un’intervista una vera chiacchierata confidenziale dove Felice si apre con tanta semplicità e ci da modo di conoscere la sua persona in maniera più approfondita, visto che fino ad ora era celata dietro al suo nick ed alle sue splendide poesie. L’ho letta con moltissimo piacere e grande interesse.
Complimenti ad entrambi
Patrizia
Patrizia Mezzogori

Cara Shayra, è una bellissima intervista quella che ti ha concesso Felice. E mi fa piacere conoscere meglio la persona che si cela dietro il suo nick flymoon, perchè finora il tutto era limitato ai suoi, seppur splendidi, versi.
Complimenti ad entrambi.

Dany

GLI AUTORI

MICHELA ZANARELLA (intervistata da FELICE SERINO)

A che età hai scritto la prima poesia?

Mi sono avvicinata alla scrittura poetica non molto tempo fa,
infatti la mia prima poesia risale al 2004, all’età di 24 anni. Ho
sempre letto molto sin dall’infanzia, ma non avrei mai pensato di
riuscire ad esprimermi in versi. Quest’esigenza è nata quasi per
gioco, dopo un tragico episodio, un incidente stradale, che mi ha
letteralmente cambiato e stravolto la vita. E’ stata una sorta di
riscatto alla mia voglia di vivere.
Da allora il mio amore per questa forma di scrittura non è mai
cambiato, anzi si è radicato in me, diventando sempre più concreto.
Scrivere è una necessità dell’anima e della mente.

Scrivi di getto o per ispirazione?

La maggior parte delle mie poesie nasce d’istinto, non c’è uno
studio particolare del linguaggio e della forma, lascio andare le
emozioni in modo spontaneo.
Le immagini e le metafore che vedo, sono un ciclo di sensazioni che
si integrano tra di loro, fino ad assumere la struttura di versi e
parole.
Ogni simbolo si nutre di me, della mia personalità, della
quotidianità che vivo.

Quali poeti preferisci e a chi di essi ti ispiri?

Il mio poeta preferito in assoluto è Salvatore Quasimodo.
Sono affascinata dall’essenzialità estrema del suo scrivere. Mi sono
avvicinata alla sua poesia dopo aver ricevuto da un amico un libro
con tutte le sue opere.
Tant’è vero che passo passo ho iniziato ad approfondire con
attenzione la sua tecnica e lo studio sulla parola.
L’ ermetismo che lo caratterizza, il modo uniforme e perfetto di
fare versi, mi ha così coinvolto, da generare in me una sorta di
“dipendenza” al suo stile.
Quasimodo rappresenta una guida necessaria per continuare a
rinnovarmi ed aprire nuovi orizzonti discorsivi.
Non dimentico certo la mia passione per il Decadentismo, movimento
letterario sorto nell’ambiente parigino con un preciso programma
culturale, in cui il poeta diventa “veggente”, raggiunge dimensioni
nuove, vaghe, misteriose.
E Paul Verlaine è il poeta che mi ha fatto scoprire la “poesia
pura”, la poesia svincolata da ogni logica.

Da dove nasce la tua passione per lo scrivere?

La passione per lo scrivere nasce da un desiderio di esprimere in
libertà il mio amore per la vita. Bisognosa di lasciare una traccia
del mio esistere tra i ricordi del passato, gli attimi del presente,
i sogni del futuro.
Un cambiamento interiore mi ha portato a raccontarmi in versi per
superare le debolezze e le difficoltà di ogni giorno.

Cos’è che ti ispira nelle tue poesie? ad esempio, la natura o il
trascendente?

La natura ed i sentimenti accompagnano fedelmente la maggior parte
dei miei componimenti. Le radici venete, i luoghi dove ho trascorso
l’adolescenza, i paesaggi provinciali, alimentano costantemente i
testi stabilendo un’intesa particolare tra lessico e ambiente.
E l’amore, l’amore fa sempre da protagonista..
.
Cosa pensi dei concorsi di poesia? E di quelli a pagamento? E delle
recensioni?

I concorsi di poesia sono una buona opportunità per mettersi in
gioco con se stessi e con gli altri, un modo per affrontare una
“prova” sulle proprie capacità di scrittura.
Non sempre dietro ad ogni concorso letterario, c’è la serietà giusta.
Di concorsi a pagamento ce ne sono in quantità, sta al poeta
decidere se è giusto o meno dare una quota per la partecipazione.
Personalmente sono più propensa a fare i concorsi gratuiti.
Le recensioni sono un compito abbastanza impegnativo, chi si accinge
a farle, deve cercare di esprimersi in modo completo e critico,
analizzando in modo esaustivo e soddisfacente il libro.

E degli e-book che ne pensi?

Non sono una grande lettrice di e-book, e forse questo è un limite,
perché comunque credo sia un modo pratico ed efficace per avvicinare
le persone alla lettura.
L’e-book è un veicolo moderno espressivo che consente al lettore una
visione “futurista” della cultura.

Leggi più su cartaceo o in rete?

Io sono ancora la classica lettrice in cartaceo, che ama andare in
libreria a scegliere con calma, per me è fondamentale annusare la
carta dei libri e toccare con mano la consistenza delle copertine.

Pensi che internet sia un buon veicolo per la poesia?

Internet è un ottimo veicolo per la poesia, e non solo per la poesia.
Dà spazio e voce a chi vuole proporsi e farsi conoscere in tutti i campi.
Ha un meccanismo veloce di spiegare e illustrare con chiarezza ogni
argomento, per questo penso che al giorno d’oggi Internet sia
indispensabile.

Ti fa piacere che ti leggano o scrivi più per te stessa?

Mi fa piacere che mi leggano, anche se scrivo principalmente per me
stessa, per sentirmi una persona libera e autentica.
Non voglio prevalere o oscurare gli altri.

Cosa ti senti di consigliare a un esordiente nel campo della
scrittura?

A chi vuole avvicinarsi a questo mondo direi soltanto di scrivere
con passione, dimostrando la propria umiltà e la voglia di crescita
interiore, senza troppe pretese.

Stai preparando qualcosa? Hai opere nel cassetto?

Vorrei fare qualche altro libro di poesia, e perché no, più avanti
provare a cimentarmi in qualcosa di diverso, un romanzo è tra i miei
sogni nel cassetto.

Quali pubblicazioni hai al tuo attivo?

Al mio attivo ho quattro pubblicazioni, tre raccolte poetiche ed un
libro di racconti. Il primo libro “Credo”, ed. MeEdusa, edito nel
2006, il secondo libro “Risvegli”, ed. Nuovi Poeti, edito nel 2008,
il terzo “Vita, infinito, paradisi”, edizioni Stravagario, edito nel
2009 e l’ultimo, la raccolta di racconti “Convivendo con le nuvole”,
edizioni GDS, pubblicato sempre nel 2009, distribuito solo
recentemente.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Per il futuro mi auguro di riuscire a realizzare altri libri di
poesia e di evolvermi in altri generi di scrittura.

Grazie per la tua disponibilità!
***
**
*
Felice Serino (intervistato da Gioia Lomasti) – GLI AUTORI

Post in lo scrittore

A che età’ hai cominciato a scrivere?

Scrivo da autodidatta dall’età di 24 anni, su internet solo dal 2001,
quando, andato in pensione, imparai ad usare il computer.

Come scrivi le tue opere? Di getto?

No, solo qualche rara volta mi riescono di getto; l’elaborazione di un
testo può durare dai due tre giorni fino a due tre settimane;
qualche poesia in particolare la posso riprendere e rielaborare anche
dopo anni.

Qual è la tua atmosfera ideale per la scrittura?

La mia atmosfera ideale è generalmente la mattina presto, o anche
appena semi-sveglio, quando qualcosa mi ispira quasi inconsciamente,
come fosse il proseguimento di un sogno.

In una parola, cos’è per te la scrittura?

Per me la scrittura è come l’aria che respiro; non potrei farne senza; è
esprimere ma mai appieno il mio io interiore.

Cosa traspare dalle tue poesie?

Dalle mie poesie lascio trasparire sentimenti di amore, di scavo interiore,
di ricerca dell’uomo e del trascendente.

Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa,
tanto da esser considerata di nicchia?

La poesia, in linea di massima, è per gli addetti ai lavori, i poeti
leggono i poeti, è quindi un circolo vizioso, senza sbocchi per la
commercializzazione; ma in alcuni paesi non è così, godendo della
giusta considerazione. Forse rispetto alla narrativa è meno
“accessibile”, perché a volte un po’ ostica o ermetica.

A tuo parere, cosa occorre per diventare un bravo scrittore?

Per essere un bravo scrittore bisogna innanzitutto leggere molto, come
consigliano sempre “i grandi”, e poi avere quel quid del
dire non dire, un pizzico di mistero che rapisce tenendo in sospeso
il fruitore.

Hai nuovi progetti in cantiere? Puoi svelarci in esclusiva delle news?

I miei progetti? Pubblicare sillogi senza pretese, anche poche copie.
La prossima uscirà a breve per Vitale Editore, Sanremo, e
s’intitola “Lacere trasparenze”. E continuare a espandermi in rete.

Ritieni che internet sia un buon strumento di visibilità?

Internet offre moltissime possibilità per farsi conoscere; si, è un ottimo
veicolo di diffusione, oggi che i media indiscutibilmente risultano
essere il deus ex machina.

Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?

Tra poesia e narrativa scelgo naturalmente la prima, ce l’ ho nel mio dna.

Cosa pensi delle pubblicazioni indipendenti che non fanno capo ovviamente
ad una casa editrice ma all’autopubblicazione?

Ho scelto l’autopubblicazione per tre mie sillogi, un bel po’ di anni
fa. Credo che sia un mezzo ugualmente efficace se ricevi gratificazioni e buone recensioni.

Hai un sogno nel cassetto?

Un sogno nel cassetto? In particolare direi nessuno; spero solo di
vivere ancora un po’ di anni per affermarmi di più e perfezionarmi.

Grazie per avermi concesso quest’intervista!

***
**
*
gliautori.it

Intervista al gruppo “Lo scrittore”
21 marzo Giornata Mondiale della Poesia

Per festeggiarla un’intervista al gruppo “Lo scrittore” a cura di Maristella
Angeli

Simone Fieni, Carmela Russo, Monica Iacobbe, Gioia Lomasti, Emanuele Marcuccio, Damiano Oberoffer, Michela Zanarella, Valentina Bellettini, Luigi Gulizia, Cleonìce Parisi, Teresa Di Gaetano, Rocco Chinnici, Maristella Angeli, Felice Serino, Simone Ferrara, Stefania Menegatti

Gli autori del gruppo della nostra community “Lo scrittore”, hanno risposto alle
domande che ho posto. Ho chiesto di tenere in considerazione, quanto espresso
dagli scrittori già intervistati.

(Domanda a Simone Fieni)
Leggendo le interviste agli autori, quale definizione di “Poesia”, potremmo trarre?

Anche se non sono d’accordo con le definizioni, che per natura sono troppo riduttive
e tendono ad escludere le sfumature, credo che hai scritto bene tu: la Poesia è
quella con la “P” maiuscola, un desiderio quasi incontrollabile, più forte di noi, di
prendere un foglio e scrivere versi. Ma è anche Poesia il mettersi a nudo,
confrontarsi con i nostri sentimenti, anche quelli che forse conosciamo meno.
In fondo è una sorta di catarsi, questo ho letto nei nostri autori.

(Domanda a Carmela Russo)
Come nasce l’ ispirazione?

É una domanda molto complicata perché penso che nessuno sappia come nasce l’
ispirazione, ovvero quale sia quella situazione mentale che può scatenarla, poi
dipende anche da cosa si scrive e perché si scrive, io purtroppo ho iniziato a
scrivere per situazioni familiari molto tristi e la mia ispirazione nasce solo
dalla tristezza, ma si può scrivere anche per gioia spero e spero di poterlo
fare anche io un giorno.

(Domanda a Monica Iacobbe)
Credi che siti e blog, favoriscano o sfavoriscano la conoscenza di un autore esordiente?

Credo che blog e siti internet non pregiudichino ne’ favoriscano la popolarità
di un autore esordiente. Siamo gocce nel mare, come dice qualcuno, e ciò che un
tempo poteva apparire originale ed efficace, quale strumento di marketing e
visibilità, oggi appare dispersivo e a mio parere poco influente, se pensiamo a
quanti si affaccino a queste finestre e a quanti pochi si soffermino a leggerne
attentamente l’unicità.
Trovo però che sia uno spazio di utile incontro tra autori, per confronti e
stimoli, e che donino dinamismo in un mondo sempre più omologato nella cultura e
nei rapporti.

(Domanda a Gioia Lomasti )
Le trasmissioni radiofoniche, favoriscono la conoscenza di un autore e delle sue opere?

“Ritengo importante la visibilità anche per quanto concerne la radio.
Essendo anche curatrice di puntate realizzate sotto forma di laboratorio
creativo per autori e cantautori soprattutto emergenti non posso essere che
favorevole a questo genere di promozione per gli autori stessi per dar modo a
loro di presentarsi e di farsi conoscere.

(Domanda a Emanuele Marcuccio)
Perché uno scrittore, preferisce scrivere poesie?

Penso che uno scrittore preferisca scrivere poesie, come nel mio caso, perché la
poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per
esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia
riesce a portare allo scoperto l’anima, come scrivo in una mia poesia “l’obliato
proprio sé fanciullo”. La poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad
interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere
l’ordinario straordinario e, in qualche maniera, anche a migliorarci, a renderci
più sensibili nei confronti degli altri.
La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci
meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far
approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore.
La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna,
si emozione e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni,
ma deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come
ancora per non annegare.
La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza
necessariamente fare uso della metrica o della rima.
Con tutto il rispetto la narrativa e la prosa in genere, preferisco leggerla e
non scriverla ma, anche nella prosa possiamo trovare della poesia.
Infine, come scrivo in un mio aforisma: “Un poeta non deve mai lasciarsi
condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua
ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la
propria anima, senza alcun condizionamento”. Quindi, nessuno può dirmi di
scrivere un romanzo, perché ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più
importante: l’ispirazione.

(Domanda a Damiano Oberoffer)
Scuole di scrittura, Agenzie Letterarie, Case Editrici. Quali possibili scelte per un autore?

“Un autore che aspiri a diventare scrittore ha già dentro di sé un dono che
altri non hanno o hanno a metà: quello del corretto uso del linguaggio e della
capacità di elaborare e rielaborare a penna un po’ di tutto.
Le scuole di scrittura vanno bene per chi vuole specializzarsi, perfezionarsi.
Altri, invece, preferiscono fare gli autodidatti, con un notevole sforzo, tra
l’altro, però forse più emozionante.
Un autore esordiente, aggiungerei, è meglio se inizia con un libro semplice
edito da una casa editrice “normale”. Andare a cercare le agenzie letterarie,
per carità, va bene tutto, ma a parer mio, si rischia soltanto di allungare la
filiera…

(Domanda a Michela Zanarella)
Se avessi una bacchetta magica, quale magia vorresti fare affinché la poesia
riemerga agli alti onori di un tempo?

Se avessi una bacchetta magica per portare la poesia agli alti onori di un
tempo, darei uno spazio adeguato a quanti hanno nell’anima e nel cuore qualcosa
da esprimere, creerei dei luoghi nuovi e originali per far conoscere il
linguaggio e la funzione della poesia, soprattutto ai giovani.
Mettere in contatto i bambini con l’universo poetico, credo sia il modo migliore
per reinventare e difendere la scrittura.
Riuscire a unire più generazioni, creando un ambiente semplice e accogliente,
dove si può comunicare esponendo le proprie emozioni, mi sembra una strategia di
sostegno alla cultura.
Portare la poesia, ma non solo la poesia, anche la voglia di vivere tra la
gente, senza trasformarla in “linguaggio da salotto”, richiede un’onestà
intellettuale che può gratificare chi scrive, ma anche chi vuole affrontare una
maturazione personale nella società.

(Domanda a Valentina Bellettini)
Le poesie non vendono, così dicono gli editori. Cosa è possibile fare per promuovere la poesia?

Non so perché, ma la prima cosa che mi viene in mente è la radio (forse mi ha
colpito l’iniziativa di Gioia Lomasti! Inoltre la radio ha un grande potere
divulgativo); se tra una canzone e l’altra una qualsiasi trasmissione inserisse
una breve poesia, magari con un sottofondo musicale…

(Domanda a Luigi Gulizia)
Quali sono le tematiche affrontate dai poeti e dai narratori?

Secondo me il tema è assolutamente generale.
Ho scritto anch’io, moltissimo tempo fa, alcune poesie e qualche breve racconto
che, in ogni caso, per quanto mi riguardava, erano comunque legati a
interrogativi esistenziali.
C’è un volume poetico che rappresenta per me una delle espressioni più alte in
questo campo ed è l’”ANTOLOGIA DI SPOON RIVER” di Edgar Lee Masters come ci sono
opere narrative che mi hanno segnato e che appartengono ad Albert Camus, ad
Ernest Hemingway, a Ray Bradbury, a George Orwell.
Credo che l’espressione poetica o narrativa dipenda dalle specificità
individuali e che, in ogni caso, rappresenti una forma più immediata rispetto ad
altre come la saggistica nella quale l’esigenza individuale è quella della
riflessione e dell’analisi.
Ma, in definitiva, poesia, narrativa o saggistica sono comunque il frutto di
personalità umane che, probabilmente, hanno qualche corda vibrante in più che
necessita di esprimere il suono della mente.
Se questa musica risulti più o meno commovente per gli altri è un altro
discorso.

(Domanda a Cleonìce Parisi)
Quali possibilità ci sono per un autore esordiente, di diventare maggiormente conosciuto?

L’autore esordiente che dell’umiltà ne fa veste, che sulla pazienza investe, che
della costanza ne fa danza e della lungimiranza speranza, per me ha molte
possibilità di divenire un autore di successo. Il successo insegue se stesso, in
un cammino fatto di passi avanti e di passi di arresto, l’uomo modesto il primo
successo lo trova in se stesso, tutto il resto fa da cornice al suo contesto.

(Domanda a Teresa Di Gaetano)
Poesia e narrativa, quali elementi differenziano un poeta da un narratore?

Be’… il poeta traccia una rapida immagine di una sensazione, di un’emozione che
ha vissuto. Il narratore invece racconta una storia più o meno lunga costellata
di personaggi. Mentre il poeta ha poco spazio da riempire e per lo più uno
spazio fatto di versi e rime, lo scrittore può occupare tutta la pagina e far
proseguire la storia per pagine e pagine.

(Domanda a Rocco Chinnici)
Quali esperienze ritieni necessarie per un poeta?

Credo che non ci sia una esperienza specifica perché possa permetterti di
scrivere poesie. Intanto, con questa bellissima dote, si nasce, ed è una fortuna
per chi ce l’ha, in quanto riesce ad apprezzare le meraviglie che madre natura
ci dona: dal semplice tramonto, al dolce cantare di un passero in amore… Se poi
si frequenta gente con: gravi problemi di salute e di disabilità varia, allora
il gioco è fatto, perché le sofferenze… anche se degli altri, avendo l’animo
sensibile, ti toccano tantissimo, quindi ecco che arriva quella dannata voglia
di scrivere su di un foglio l’elaborato di ciò che hai vissuto. E comunque
l’importante non è scriverla la poesia, ma saperla vivere tutti i giorni.

(Domanda a Maristella Angeli)
Delle interviste, rilasciate dagli autori, che cosa ti ha particolarmente colpito?

Ho potuto conoscere, virtualmente, persone davvero stupende, poeti, narratori,
saggisti e un personaggio come Giuseppe Lorin.
Confrontarsi ed “incontrarsi” è, secondo me, fondamentale. Sappiamo che i grandi
letterati s’incontravano e dall’esperienza dell’altro traevano insegnamento,
aderivano a nuovi movimenti e tendenze. Oggi sembra che questo si ritenga meno
importante di un tempo.
Mi viene in mente una poetessa che ad una premiazione espresse il suo parere,
sbandierandolo a tutti i presenti: “Io leggo solo le mie poesie, non voglio
farmi condizionare da quelle degli altri”. Credo che si cresca proprio, con
molta umiltà ma determinazione, nel momento in cui si è “in ascolto”, tenendo
conto che ogni scrittore ha qualcosa che l’altro non ha.

(Domanda a Felice Serino)
Quali eventi, incontri, studi o casualità, incidono maggiormente nella vita di un poeta?

Casualità, incontri, che possono incidere, positivamente, fino a cambiarti la
vita come nel caso del poeta affermato che ti indirizzi nel vasto mondo della
rete per permetterti di espanderti facendo sempre più nuove conoscenze. O anche
eventi che possono verificarsi nel tuo percorso di scrittore e poeta, come la
scomparsa prematura di un amico poeta appena conosciuto che ti ha arricchito
spiritualmente e culturalmente, o di un altro, più giovane, i cui studi
universitari lo hanno inaridito nella sua vena poetica finché è stato costretto
a tagliare i ponti nei confronti di chi lo frequentava nel campo delle lettere e
della poesia. Sono i casi della vita, con le sue esaltazioni e le sue delusioni.

(Domanda a Simone Ferrara)
Quali scelte dovrebbe fare uno scrittore, per procedere positivamente nel suo
percorso letterario?

Deve fare scelte coerenti, con un filo logico. L’insensatezza oramai fa parte
del mondo, e un poeta, uno scrittore deve diluire, dimezzare l’insensatezza con
il suo metro di giudizio, con il suo occhio sempre molto attento. Qualsiasi
scelta deve essere dettata anche e soprattutto dal cuore.

(Domanda a Stefania Menegatti)
Quali sono i poeti più letti?

Pessoa, Hesse, Dickinson, Plath, Woolf, Merini, Sanguineti, ma anche poeti non
istituzionali come De Andrè e Maria Teresa di Calcutta. Ma vi dirò che
ultimamente dedico molto del mio tempo alla lettura di poesie che si trovano
numerosissime sui vari siti, blog e forum che la rete ha fatto fiorire dando
voce a migliaia di signori ‘nessuno’ (come me), e ve ne sono di davvero
straordinarie! C’è un vero e proprio ‘popolo azzurro (così mi piacerebbe
battezzarlo il popolo della poesia, il popolo della cultura, dei valori, della
pace auspicata!) straripante di idee, sentimenti, cultura e buona volontà, che
prima dell’ era web rimaneva nell’ombra, ma che se ora prendesse coscienza di sè
potrebbe essere il cuore pulsante della necessaria e urgente “rivoluzione
culturale” di cui il mondo interno ha tanto bisogno!
Il mio cuore, la mia mente e la mia modesta penna vanno in questa direzione.
Un caro saluto a tutto il “popolo azzurro!!!”.

Ringrazio tutti i poeti per la loro disponibilità e simpatia.

* * *
* *
*

Recensione di Michela Zanarella

FELICE SERINO, COSPIRAZIONI DI ALTROVE

La cospirazione è quell’accordo segreto che serve a modificare o cambiare
radicalmente una situazione. Felice Serino con la sua raccolta poetica
“Cospirazioni di altrove”, Edizioni Virtuali “Il Basilisco” ci accompagna
in punta di piedi, “in segreto”, nella scoperta di un altrove, in quei
misteri che girano attorno alla vita.
La prima poesia è una dedica dell’autore a Stephane Mallarmè, il teorico
più lucido della poesia simbolista. (Tenue rosa d’albore/nel cuore fiorite
di cielo).
Serino proprio come Mallarmè sogna di evadere in un mondo di
incontaminata purezza, vuole raggiungere l’anima delle cose attraverso la
poesia.
E’ così che l’autore si fa intermediario tra il visibile e l’invisibile,
depurando il linguaggio da incrostazioni lessicali troppo rigide. Da “Ho
sognato di essere trasparente”: “vortico in un vento/di luce/da fenditure
di un sogno/spio il mondo”.
La parola si fa trionfo di purezza e riesce a radicarsi in prondità nel
cuore del lettore rendendolo testimone di un repertorio intimo
inesauribile.
Felice Serino trae ispirazione da frasi, concetti, pensieri di altri poeti
e scrittori, rimodella a suo modo immagini e sensazioni forgiando i versi
di un’autentica intensità e sincerità espressiva.
Da una frase di Erri De Luca è nata “Consapevolezza dell’ essere” (…”ma
il cuore che non può morire/infiniti universi racchiude”).
Erri De Luca diventa così la sorgente dove Serino abbevera il suo “magma”
poetico.
Anche lo scienziato e inventore Emanuel Swedenborg offre involontariamente
al poeta una forza creativa particolare.
Swedenborg è stato uno dei pochi a sostenere di essere in grado di
comunicare con l’aldilà e in una sua dichiarazione ha rivelato: «Ho visto
mille volte che gli angeli hanno forma umana e mi sono intrattenuto con
loro come l’uomo si intrattiene con l’uomo, a volte con uno solo, a volte
con più di uno, e non ho visto nulla in loro che differisse dall’uomo in
quanto alla forma. Affinché non si potesse dire che si trattava di
illusione, mi è stato concesso di vederli in pieno stato di veglia, mentre
ero padrone di tutti i miei sensi ed in uno stato di limpida percezione.»
Felice Serino in “Emanuel Swedenborg” sembra entrare in contatto con lo
scienziato, si affida alle sue virtù sensoriali fino quasi a supplicarlo:
” lascia Emanuel che entri/ nel tuo Sogno”.
La rivelazione sistematica di radici di fede prende sempre più piede
nell’opera di Serino, il quale con molta umiltà si avvicina all’ Assoluto
chiedendo misericordia.
Il poeta tenta una personale conquista nell’ interiorità, conservandone
echi, trasparenze e sospensioni, conservando in segreto il “raggio verde”
delle parole.

***
**
*

Recensione di Reno Bromuro

Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.

«È salamandra

sorpresa immobile

che finge la morte»

Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un’utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all’immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell’essere vitale. Da ciò risulta che oltre l’analogia con la vita vegetativa, valida solo nell’uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell’espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell’uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall’«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l’istinto comunitario e sociale, l’affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.

Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l’incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell’ esistenza fisica.

«ora m’incolpi del mio silenzio e

Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia

venivano spinti sotto le docce a gas

Io ero ognuno di quei poveracci in verità

ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda

del carnefice quando fa scempio

di un bambino innocente

Io sono quel bambino ricorda»

Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d’amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell’azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d’essere in collera ed eccitarsi alla collera.

«imbevuto del sangue della passione un cielo

di angeli folgora l’attesa vertiginosa

nella cattedrale del Sole dove ruotano

i mondi

è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)

Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all’espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all’eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev’essere legato ad un’elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L’io ideale».

«oltre lei forse fra le stelle

dura quel sorriso che nell’aria

ti appare ora sospeso come fumo»

Nella totalità dell’esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l’altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.

L’artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un’Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un’opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l’Arte maggiore ha necessità dell’aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un’arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all’«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l’Arte maggiore. Per giustificare quest’atteggiamento, occorre risvegliare l’io cosciente, in modo che l’opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell’autore.

«anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce

la più abietta la benedetta

anch’io ho urlato a un cielo muto e distante

Padre perché

perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto»

Nonostante l’effettiva bipolarità tra «L’io creativo» e il «Sé razionale» l’io personale, l’unità dell’individuo umano non deve rimanere inalterata nell’esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all’io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».

© Recensione a cura di Reno Bromuro

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Critica al libro “In una goccia di luce”
di Felice Serino.

A cura di Luca Rossi.
Febbraio 2009.

Incentrato sulla psicologia dell’ Io, tra interiorità-esteriorità, tra morfologia del corpo (il pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta dare alla luce queste nuove liriche, riaffermando il suo indagare su ciò che è temporalità e realtà.
Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il corpus poetico che vede la “bellezza dell’essere” risiedere nel mistero ancestrale del creato.
Quell’essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che acquista scarso valore. E’ questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge.
Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla luce dei lumi del cristianesimo.
Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno un loro ruolo (vedi: “In sogno ritornano”): “amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati…// si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel senso di perdizione…”.
Riflettori da cui diparte una luce “insostanziale”, che ci permette di vedere il “non-vissuto” o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura “…luce verde della memoria/ scuote la morte”, come afferma in “Insostanziale la luce”.
Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il discorso antropologico intrinseco nel vissuto di ognuno: “…sostanza di luce e silenzio/ sapore dell’origine…”, da “Lacera trasparenza”.
Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: “…camminare nel mistero a volte/ con passi non tuoi…”, da “Entrare nella luce”.
Mistero come sinonimo di fragilità dell’essere e brevità del tempo, o fortezza di entrambi. Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero ritenersi i versi centrali di tutta l’opera, riportati in “Se ci pensi”: “capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i marosi il tempo/trama il tuo destino di piccolo uomo?…//…mentre tiripugna/ il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto”.
Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino Gilbert?
Incostante, poco convincente la chiusura della poesia “Mondo”, dove colui che scrive sembra smentire tutta una filosofia etico-morale appartenente al suo modo di concepire l’immagine dell’essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in “quel” mondo che nasce l’uomo descritto da Serino, anche se proveniente da bagliori indefiniti. E’ proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore solo se entrambi coesistono.
Non ci potrebbe essere amore se non esistesse odio. Non ci potrebbe essere odio se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte del trascendente.
Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello stesso uomo che il bene e il male convivono.
Così come in “Sic transit…”. Ma questa è la realtà dell’uomo contemporaneo. Aggrapparsi all’effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente l’abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità nell’apprendere il suo professare.
Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della poesia, anche se talvolta difficile da concepire.
Una poesia fine a se stessa,con un costrutto essenzialmente “vuoto”, è infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo sguardo alle “coordinate dei sogni – e/ l’insaziato stupirsi della vita/ da respirare su mari aperti// – che tenga lontano la morte”, da “Nel segreto del cuore”.
La morte, la morte…Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: “e tu di nuovo ostaggio della notte/ l’invito/ l’abbraccio del vuoto// parola neo-nata/ la chiami nel buio/ l’innervi in parole// la plasmi a scalpelli di luce”, da “L’invito”.
La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo concatenare i puri elementi dell’anatomia umana (sangue, nervi, fonemi, ecc.) con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni, così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi.
Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il poeta, di quando sia nato o di ciòche abbia scritto. Le poesie da lui scritte sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell’uomo-poeta.
Egli è l’Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene, corporea e del pensiero.
Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E’ apportatore di sogni, osservatore notturno, interprete. Mercurio, nella mitologia romana.
Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma dell’essere.
Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro “uomo di domani” deve rivalutarsi dal passato.
Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il mistero, oltre lo stesso.
Mi permetto solo di rubare alcune parole all’amico prof. D. Pezzini, direttore della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso l’università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari: “Thomas ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale egli traduce un percorso di scoperta personale che passa attraverso la lettura del mondo in cui vive (…) e di indagine ostinata del proprio io alla ricerca del senso ultimo delle cose.”
Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.

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RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “DENTRO UNA SOSPENSIONE” – 2006

Da qualche tempo mi chiedo se la scrittura sia altro dalla vita: mi è capitato di non riconoscere l’uomo incontrato, prima, solo nei suoi versi.

Chi è Felice Serino, un uomo il cui vissuto sembra continuamente dilatarsi in una luce cosmica e frangersi in un big-bang silenzioso? Sentimento, questo, di un continuo morire, precipitare, sprofondare, ma anche di un rinnovato germoglio che vince la morte con dolore, in un grido di luce.

Vita-morte o morte-vita: sequenza naturale, seme di vita nel cosmo e nell’uomo, oppure segno di contraddizione, come nell’amore cristiano, dove appunto la morte è inizio di una resurrezione?

E come si concilia questa particella di memoria cosmica infinita, senza tempo, con il senso di alterità, incompiutezza, ambiguità, forse, che l’accompagna? La percezione di un se stesso diviso, spiato attraverso uno specchio, copia, proiezione, fantoccio che cammina accanto (mi ricorda l’amato Sbarbaro). Ma qui la dimensione del sogno, che ritorna quasi ossessivamente in tutte le composizioni, anziché contenere una ricerca di senso, un pensiero, sembra scivolare, galleggiare in un flutto di sangue.

E’ questo il suo mare? Il canto ha la stessa voce: poche variazioni sonore (e poche, essenziali parole) fluiscono senza pause in un’armonia siderale, monocorde, eppure mai uguale, che lambisce, sfiora senza carezze, sembra appartenere alla superficie delle cose e invece è profondamente …dentro una sospensione.

GianCarla Raffaeli

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RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “LA DIFFICILE LUCE” , 2005
di Felice Serino

Nostalgia immemore

Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie terrene.

Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c’è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c’è un ricordo bello e non c’è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c’è… non c’è, non c’è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell’amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l’eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d’infinito di quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell’atto del creare, han separato Creatore e creatura. E’ questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.

E’ facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o imprecazioni in attesa dell’immancabile ritorno.

Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio non ha mai tolto il suo amore da noi.
Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l’ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora, nell’estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell’Eden, come una goccia d’acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo.

[lettera privata]

Andrea Crostelli

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RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “FUOCO DIPINTO”,
di Felice Serino

[edizione dell’autore, 2002]

Corpo di vetro

Ci sono poeti legati alla terra (e questi forse sono la maggioranza, nonostante la poesia venga dai luoghi più reconditi e inspiegabili) e ci sono poeti propendenti al cielo; sicuramente Felice Serino è di questa seconda fascia.

A volte il cielo parla con il sangue delle tue vene
più che con l’indaco delle tue arterie,
comunque sia vuole sentirsi uomo
forse solo per avvicinarsi a chi lo guarda
perché costui ci si rispecchi perché l’umanità nel mondo
è ciò che prevale e pervade il mondo
finché ci sarà mondo,
allora il cielo non può far altro
che ripiegarsi nel gesto d’amore iniziale
e improntare continuamente la sua somiglianza
col fiato sospeso di chi attende
la perfezione finale del ricongiungersi.

E’ pure vero che il cielo può rapirti o che tu contemplandolo favorisca la sua “presa”, e in quel momento d’estasi che non t’appartieni sei finalmente libero. Cosa strana, libero di essere preso, libero di appartenere a qualcos’ altro che ti ama e ti sovrasta d’amore.
In questo tipo di situazione puoi sentire il tuo corpo leggero, di vetro, accessorio superfluo, e quindi… “ride la tua immagine d’aria”.

E’ la fusione del tuo corpo nell’immenso corpo cosmico.Diventa una fatica sottrarsi alla luce per tornare indietro sui passi che la terra chiama a percorrere.

Quella “carne attraversa un incendio”, un incendio piacevole, pienezza per l’anima la fusione col tutto, difficile accettare che si tratti di un momento, di un solo momento dal quale però ricevi carica per affrontare il quotidiano imperniato di materia. E affrontare il quotidiano significa mettersi a servizio, soffrire per chi fa uso di L S D, del fumo, del bere e delle donne come strumento di piacere, soffrire per chi naviga nel male e non si lascia investire dalla luce, soffrire di chi abusa del potere e che, quindi, è nemico della luce.

Felice Serino denuncia la violenza, la guerra con le armi potenti della poesia, e sa cosa potrebbe aspettargli: “di certo m’imbavaglieranno / non sopportano di guardarmi negli occhi”. Non scorda poeti assassinati (Dalton, Heraud, Urondo) per strada o nei manicomi (Campana) ma non può e non vuole trattenere la forza della parola che gli esce dal di dentro.
Dichiara che la morte è sconfitta dalla luce [vedi: “Frammento (lettera di un malato terminale)”], lui, infiammato da una luce, che va oltre i suoi interessi per l’astrologia.

Puntuali, brevi, atossiche e con lampi intuitivi niente male le poesie di Felice Serino ridanno fiducia all’uomo che vuole incontrare animi trasparenti per procedere incoraggiato e sollevato nel cammino dell’esistenza.

* * *

Clessidra in polvere

Il tempo è un’argomentazione che preme al poeta; Serino dice: “nel sangue un tempo tuo – rotondo”. Una continuità di pienezza a cui aspira, tende, come si tende alla perfezione. A me lancia l’immagine del ciclista, quello bravo dalla “pedalata rotonda”, costante, mai scomposto e bello da vedere.
Costui elimina i vuoti e va spedito verso il traguardo. Infiammare il sangue d’amore è benzina che brucia il l’acido lattico alle tue gambe che vorrebbe bloccare la tua corsa. Senza ostacoli nell’ immaterialità delle cose avanzi con l’aiuto dell’angelo che “da dietro il velo / del tempo è luce al tuo passo”.

Il tempo frequentemente è l’accusatore e l’accusato delle nostre irrealizzazioni. Perché allora non velarlo d’irreale? Perché non portarlo in un altro contesto dove non sia lui a dirigere le danze bensì noi “cosmonauti di spazi / sovramentali”?! Perché non ipnotizzarlo o sognare di ipnotizzarlo?! Perché non condurlo nel nostro sogno per poterci camminare a braccetto?!

“Nel paese interiore” – aggiunge il poeta – “vivo una stagione rubata al tempo”.

Ma forse, o molto probabilmente, il tempo ideale di Felice Serino non esiste, perché egli ama guardare “all’indietro nell’imbuto fuori del tempo” e avanti “per volare fra le braccia della luce”, proiezione anch’essa d’eternità.

Andrea Crostelli

[Andrea Crostelli, di Ostra (An) è pittore, illustratore, fumettista, critico artistico/letterario, poeta. Espone le sue opere in Italia e all’estero.]

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Felice Serino: il poeta filosofo

Addentrarsi nelle tematiche di Felice Serino, ci porta a considerare la nostra essenza di creature in balia del senso di perdizione e di precarietà, caratteristiche salienti dell’uomo. In versi ermetici che scavano in profondità, quasi erodendo la nostra coscienza, il poeta affronta il rapporto tra il divino e l’umano, tra realtà e spirito, il contrasto tra spirito e corpo, tra sogno e mondo reale. E certo non manca la trattazione della problematica della morte e dell’alienazione del vivere moderno. Cito alcune poesie a suffragare quanto detto: “In sogno ritornano”, “Preghiera”, “Sospensione”, “Dal di fuori”, “Appoggiata ad una spalliera di vento”, “Io-un altro”, “Appunti di viaggio”, “Nella valigia”, “Spirale”. Interessante l’uso della simbologia e della metafora dello specchio nella disanima poetica del multiforme aspetto di come la mente possa percepire la realtà. A volte si mostra gnomico, umanitario e proteso alla risoluzione dei problemi sociali. Il linguaggio appare scabro e incisivo, spesso filosofico e attinente al mondo della psicanalisi e dell’antroposofia.

Non è una poesia facile, all’inizio si presenta ostica, così intessuta di richiami culturali e stile ermetico, ma piano piano ci avvolge nell’atmosfera sospesa del nostro essere uomini, tesi alla ricerca della verità.

Peppino Giovanni Dell’Acqua

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VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA

Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi (“Il dio-boomerang” 1978; “Frammenti dell’immagine spezzata” 1981; “Di nuovo l’utopia” 1984; “Delta & grido” 1988, in un’opera unica inserendo anche la sua ultima silloge “Idolatria di un’assenza”.
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: “Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all’estrosità della penna matura dell’autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore”.
Giustamente, è la maturità dell’autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l’ambiguità, l’importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di “fondo”, sa stare in superficie ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: “la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore”; il suo grido si alza, là dove necessita, nell’universale stordimento degli eventi: “ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci”.
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: “gli anni che il volto grida l’amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l’urlo” oppure: “tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell’inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d’insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando”.
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: “da albe incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti” per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: “detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra”.
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo premurosamente “lasciamo il posto alle macchine”, nell’insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che “le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi”): “al trillo della sveglia c’è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c’è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l’anno con un volo / dall’impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù”.
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo “Idolatria di un’assenza” è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un’ altezza e un’angolatura sempre differenti: “li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze” là dove l’uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: “recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico”.
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: “lancerà l’orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine”.

Fabio Greco
[“reportage” – n. 21/’94]

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1 risposta a “Recensioni – Interviste”

  1. Per caso, navigando, sono approdato a questo Blog. Ho visitato terre meravigliose. Grazie, Felice, per l’accoglienza.

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