Juan Larrea – poesie da “Versione celeste”

Sotto le allusioni

Si prenderebbe la luce per una animosità
applicata a un altro oggetto più duro d’una colomba
l’ala vi innalza gli sguardi per timore dei nostri occhi
ogni occhio dispone la luce nel suo desiderio di piacere

A giudicare dal numero delle foglie l’albero è assai confuso
l’ombra sulla sua fragilità il verde nell’aria
quando noi ci squadriamo ci sorveglia severo
non pretendiamo da esso ciò che non si può più capire

*

Un debole per la luce

La notte cade in abbondanza

Riflettiamo dunque come uccelli di lentezza
pian piano come piumini sui mobili del silenzio

Com’è bella la tua maniera di seguire l’esempio dei fiumi
fra le perdite del cielo e l’egoismo delle isole

La tua palpebra non è ancora all’altezza dello snodarsi delle acque
ma non fa nulla

Supponiamo una chiesa circondata da turisti
ora che il tuo occhio si rattrista
e che un brivido inabissa l’angelo disciolto nell’acqua benedetta
per meglio dire al Signore
Signore
assoldaci come manichini delle tue lacrime
noi i tuoi piccoli funzionari
adoriamo i cioccolatini e la marmellata d’incanti
noi saremo i tuoi pennuti da cortile tutti i giorni a quest’ora
perché i tuoi angeli son morti morti morti
come soffitte senza ragni né gridi

*

Benché nel timore

In fondo queste donne necessarie del freddo
queste donne senza ricordi al di là delle betulle
impallidiscono senza sapere perché

Invece il cielo è malato d’ardesia
e i suoi capelli cadono come pozzi di miniera

Il cielo il cielo ingegnere amico mio
tu costruirai un veliero col soffio che mi anima
perché l’orologio fa il dragaggio delle nostre noie
e il suo cerchio diventa la nostra corona spesso di spine

Sull’orizzonte di cieco che l’ora bagnata tasta
i piccioni si comportano come riserve mentali
che impiegano fino alla fine la mano d’opera dell’autunno

Benché la sera faccia delle vittime
se tu non hai paura dell’usura dei mari
vieni con le tue palpebre gonfie di un’aria familiare
vieni a aprirti come gli autori di lettere anonime

Sole sole delle cime

*

Sedia Felicità

La caduta dei vostri capelli è l’angelo che mi fa eterno signora
ma ogni giorno ci serve un’ala di orizzonte possibile
sul vasellame che rompe il vostro riso
sopra il fondo instancabile del vostro carattere

Il ventaglio installato nella vostra aria di famiglia
trattiene il fiato e il vostro viso si mostra
fuori fa freddo tutte le pietre sono orfane
tutti i pugni ben chiusi tutte le ceneri in guardia
ogni goccia di sole testimonia una volontà contraria a onorare i vostri debiti

Parzialmente seduto su un filone d’anima non oso
muovermi per paura che cielo e terra facciano stridere i cardini della nostra vita privata
se vi guardo la notte deposita un salice sulla pianura dei sospiri
se m’addormento il vento apre l’armadio della mia spalla
e lascia fuggire le ali della verdura

*

In abito da foglie morte

Sognami sognami in fretta stella di terra
coltivata dalle mie palpebre afferrami per le mie anse d’ombra
stregami d’ali di marmo in fiamme stella stella nelle mie ceneri

Potere poter trovare infine nella mia vertigine la statua
di un eroe di sole i piedi a fior d’acqua
gli occhi a fiore d’inverno

Addio mondo tra i miei sogni d’addio
uomini
addio uomini e piccoli villaggi delle loro mani

Vi son dunque spade che mi tagliano
a pezzi
oh
cateratte di spade

Cateratte di spade è l’ordine in marcia
sono io che cammino su delle caverne
scricchiolanti come crani

Nessuno s’era ancora annegato

Nessuno era un tempo nell’ombra

Oggi sono io ma io non m’ap-
partengo più di quanto gli uc-
celli che dormono nei
miei occhi non appartengano loro

*

Ciò che manca a una chitarra per imputridire a suo agio

L’aria di saper chiudere gli occhi
senza sciupare ciò che ci si attende dall’aria
come la tua voce
come la mia voce

Le tigri della nostra pelle son striate d’acqua di vetro
esse saltano senza disfare le curve dei nostri fianchi
esse aggrediscono i lampi della nostra anatomia

I lingotti concernenti l’illusione son là
trovano lunghi i ruscelli dove l’oro dell’alba è piuttosto raro

Son le otto di sera
fa freddo di ferite chiuse in fretta
fa nero
il cuore non è ammesso
a assaggiare le lampade bollite nell’acqua della nostra vita

Son le otto di sera i castagni s’addormentano su una gamba sola
come i tulipani nelle bandiere della semicroma
il cielo non sa altra musica che quella che si scrive in lacrime
si ricamano delle rondini sulle nostre pupille
l’ombra ha preso il posto delle nostre dita
poiché non chiede altro che d’esser sincera
confida i suoi segreti alla calma delle nostre voci

Ma la chitarra infelice se ne sta sempre là
rigida nel suo astuccio
tutta muta

*

Fecondazione immortale

Noi andremmo con tutte le articolazioni illuminate
come i vetri d’una città con dei dolcissimi piedi di ostia
noi andremmo senza esser chiamati a generare il disordine
coi tuoi vuoti coi tuoi fuochi con le tue serrature d’ombra
con le schiarite tosate a chiuderci tutte le porte
i tuoi atouts puri piedi
noi andremmo fermandoci a ogni gradino dei tuoi occhi

le mani nelle tasche segrete della cenere
razzi nel cielo decaduto le vostre rovine sempre infilate alle dita
finché almeno una pietra non abbia ritrovato i suoi limiti
e l’assenza rigonfi la scintilla del tuo corpo

Nuda le pianure ti svestono ancora
nuda tu mostri il cammino senza vendetta

***

Da: http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/884-Juan-Larrea-poesie-da-Versione-celeste.html#extended

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