Mario Fresa

Da Le parole viventi

.

Carlangelo Mauro, Il giardino e i passi (edizioni Archinto, 2012

c’è qualcosa che rimane
nell’aria senza peso
che ti dice che è inutile
muoverti o stare fermo
far scorrere l’inchiostro
sulla pagina bianca
di inesattezze
dire il vuoto
dell’abbandono e della consolazione,
la polvere dei crolli,
che riacceca

ma sei già estinto
in partenza
rimarrà nell’aria
il buonissimo o altri giochi:

è già morta da tempo
l’impronunciabile
e con essa non muore il mondo

*

Giuseppe Vetromile

Cadono i nostri nomi dalla rubrica usata

Che siamo mia cara se non un nome scritto nella rubrica
che poi zeppa e sgualcita va gettata nel dimenticatoio
e noi senza più un’illusione marcata con la biro
girovaghiamo tra i righi e le pagine d’un cosmo
immaginario

stretto il corridoio e lunghissima eternità come un
rettifilo affollato e tu ed io incatenati l’uno all’altro
verso una meta che non vogliamo
al confine del cielo
trascinati dalla folla unidirezionale diretta
all’altro capo

Che siamo mia cara
:nomi pronunciati da labbra inconsapevoli
ombre di parole e basta
sgusciamo dalla terra senza saperlo e
vi ritorniamo certi
noi cancellati e dissolti come su una lavagna fredda
e nera

mai più rintracciabili da mani umane né da pensieri
fraterni
o incorniciati sul vecchio comò coperti da una patina
di tempo malinconico

Cadono i nostri nomi dalla rubrica usata
qualche vocale o consonante resta appiccicata al bordo
stenta a sgocciolare nel tritacarte ronzante

una goccia di noi che alquanto spera

***

Non so quanto durerà questo mio nome senza sbiadire
l’inchiostro è buono ma non eterno
e poi
l’eterno pure dura poco in questo posto
così infinito che sembra avere spazio e tempo
incontenibili in un soffio d’amore
e in un anelito di Dio

***

Mia cara
e ora basta sperare
:bisognerà presto vestirsi di nuovi nomi d’aria e partire
di città in città senza sapere senza vedere senza sentire
il boato della vita che ci nasce dentro impercettibile

per noi assurdi pellegrini verso il santuario della verità
mai nome di argilla o di carne ne potrà essere adatto conduttore

***

Eppure nel vuoto non pronunciamo mai il nostro vero nome racchiuso nel cellophan del cuore sdrucito
è un segreto che non sappiamo estirpare
è un paradiso che sorvoliamo
un sussurro che ci distrae

eppure nel silenzio non conosciamo il nostro vero nome
e il grumo di cielo che vi è descritto
e il dito di Dio che continua a scriverlo
e poi quando finisce il mondo
si scioglie come goccia nel mare

eppure
ci richiudiamo nell’apposita casella
in equilibrio tra un rigo e l’altro
e poi quando finisce il tempo
cade il nostro nome innominato

e si confonde tra le infinite parole del creato

*

Sandro Montalto, Il segno del labirinto

Saranno mille anni, se vuoi, ma noi
andremo ancora incontrandoci negli spazi
resistenti al ribasso, tra orbita e orbita,
ancora una volta capaci di vederci.
Le mie ombre confabulano con i tuoi colori,
abitiamo la terra e il cielo scambiandoci le parti.
Troppo ho temuto che finisse ciò che iniziava,
ecco che ora ti conosco a voce, vale
riscrivere mille lettere se un aggettivo
rimanda a un tuo sguardo, unghiata amica:
ancora ti scriverei, certo del tuo essere in me.

*

Daniela Monreale, L’attracco sulla luna (Edizioni Il Crocicchio, 2006

La tua voce restituita

ha un sapore di stelle,

non so contarne le luci

respingo nodi e punti di rèpere,

mi arrendo al caos,

so che è stato un ponte di svelta gioia

è stato il brivido di una ferrata

sul precipizio, panico d’esserci,

così abbiamo registrato

l’attracco sulla luna.

*

Jacopo Ricciardi

Da La discesa

II.

Non avere paura, essere il centro del buco nero, invertire la sua forza;
se prendi un uomo oggi, aspettati da lui esattamente questo. Vedrai, da lui, da me, fondarsi il silenzio, e aprirsi il caos e l’intelligenza; ma guarda me
perché è il poeta a generare tutto questo; il poeta crea il mondo, oggi, per primo,
che esista o non esista, lui fa affiorare la vita con le parole che ha scritto.
Il poeta non è più testimone, ma inventa il futuro,
permette che concretamente esista nel cuore di quell’uomo.
Egli avverte che il mondo è cambiato, che sta cambiando, che cambierà;
esploderà l’essere umano, e solo il poeta avrà la forza di trattenerlo in vita
coerente come una nuova forma del tempo appena staccata dalle stelle.

.

Accetto questa violenza, e mi scaglio per sbranare il cosmo;
tu sei questo silenzio, in te è il caos dove tutto questo accade,
e la scrittura si ferma, preziosa come un’intelligenza,
rallenta, e lascia che l’intero mondo appaia, anima dopo anima,
rafforzandole in ogni direzione, con ogni mezzo. Ho sentito
piangere l’universo, col suo freddo dominare il cielo,
cambiare il suo colore, togliergli il respiro.
E mentre crolla, attraverso me, e attraverso te, il cielo,
la mia scrittura ci salva, ancora una volta, ancora una volta ci salva,
ma nulla è più com’era, né in te, né in me; e non ho pace.
Il mio giuramento, stringo d’aria e di luce, ancora, a questa profondità dell’anima: e sei tu.

[…]

III.

La pietra cruda nell’erba, credo solo agli uomini.
Non esiste nessun luogo, se non l’addio tra terra e sole.
Il risveglio.

.

La parola entra nel futuro, il suo corpo;
il sogno nella casa del cielo, mille parole in una, una sola per l’universo;
tra i due orizzonti cresce l’azzurro, penetra il canto della parola;
io sono la profondità dell’universo della luce scesa nel fiore complesso e limpido delle mie parole riunite ogni volta in una voce ulteriore.

Così
viene lanciata la vita, riposa in ogni dove, se avrò il tempo di vivere,
a lungo come il cielo, più a lungo, nel baratro del sole, che vi solleva da questa terra, che ci inghiotte, e oltre di esso, in un altro cielo, e, sotto di esso, guardare
in ognuna di quelle pietre una mia parola futura,
tanto da cancellare la terra dalla mia vista, e dove il luogo vive, in ognuna di esse,
se potrò vivere ancora, eterno vivere, in eterno, parte di solarità,
nella bocca sempre aperta dell’universo in questo giorno.

*

Antonio Spagnuolo

Riflessi

Ormai contieni incastri solitari:
quasi un sospiro le tue speranze oscillanti
tra gli abbandoni di un tempo e le disattente
flessioni di questa stagione
che somiglia sempre più all’ironia.
Una dismisura che ritorna
nell’opaco velo della mia incertezza,
un’ avventura al saccheggio dei giorni,
il rifugio delle stanze, abbandonate al fumo
tra le fibre, la corteccia, il ritmo del contrarsi
con le mani, quale il senso del crepitare.
Come vedi si contano le ore, una fantasia
che giorno dopo giorno leviga le ginocchia
al ripetersi delle innocenti memorie,
il desiderio riflesso di nuove finzioni
per quella lunga attesa nella quale
più viva e intensa è la paura che cinge.

da Misure del timore (poesie 1985-2010, Kairòs editore).

*

Marco Amendolara
ha lasciato, tra le sue carte, una raccolta inedita, Il corpo e l’orto, pubblicata qualche anno dopo la sua morte (nel 2014) presso La Vita Felice.

Quando non hai corpo ti conosci meglio,
scorre e dice l’acqua
mentre si specchia in te;
quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
della conquista.
La natura ti annulla, è niente,
e tu sei natura.

http://www.ebook-larecherche.it

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