Da TRENI

Linee e coincidenze proustiane con 55 autori

a cura di

Giuliano Brenna – Roberto Maggiani

.

Yves Bonnefoy

Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016 – in memoria

La casa natale

VI

Mi svegliai, ma ero in viaggio,

Il treno aveva corso tutta la notte,

Adesso andava verso grandi nubi

In piedi laggiù, fitte, alba che squarciava

A momenti il laccio della folgore.

Guardavo l’avvento del mondo

Nei cespugli del terrapieno; e ad un tratto

Quell’altro fuoco, sotto un campo

Di pietre e di vigne.

Il vento, la pioggia

Spingevano il suo fumo verso il suolo,

Ma una fiamma rossa vi si rialzava,

Prendendo a piene mani il fondo del cielo.

Da quando ardevi, fuoco dei vignaioli?

Chi ti aveva voluto qui e per chi sulla terra?

Dopodiché fece giorno; e il sole

Lanciò da ogni parte le sue migliaia di frecce

Nello scompartimento in cui dei dormienti

La testa dondolava ancora, sul pizzo

Dei cuscini di lana blu.

Io non dormivo,

Avevo ancora troppo l’età della speranza,

Dedicavo le mie parole alle montagne basse,

Che vedevo avvicinarsi attraverso i vetri.

[ Da Le assi curve (2001), Mondadori, traduzione di Fabio Scotto ]

*

Mariagrazia Dessi

A strasciconi

Appiccicata

al finestrino

porto il cuore

a strasciconi

E in cigli

terreni a riposo

e campi di grano

dico beato al papavero

Rosso dove

sempre tenero

mi sembra il vento

*

Eugenio Nastasi

Prima di arrivare

Udivo il fischio dei treni

come canto d’uccelli nel bosco:

la fretta di arrivare per contrade

d’ali e di mare

sorreggeva il traguardo della vita.

Era sospendere la pura conoscenza,

inventare flussi di sguardi, gesti nuovi,

spiagge trafitte dagli incontri

e la racchiusa dolcezza del ritorno.

Più nudo d’un uomo delle caverne

recitare versi,

abbandonando l’ordito della riva

da cui non si torna mai soli.

Come una rondine di mare

ancora china sui gorghi della spuma,

sfumava dietro quel fischio

una piccola parte della mia fragilità.

*

Annamaria Ferramosca

in lingua ferroviaria scopro

il gesto del salire

l’abbandono del tocco terrestre

certi odori di treno ancora m’inondano

ripetono la sequenza cercare

il vagone del distacco disporre

con braccia malferme la valigia

nello scomparto in alto

(passato di pienezze e di perdite)

sedermi chiudere gli occhi – è d’obbligo –

per annullare spaziotempo

necessaria una tabula rasa

per entrare nella trenosfera

si levita in volo radente

molecole spinte nel tunnel

assorda il fragore all’entrata

ossigenoluce all’uscita e

tutta quell’erba là fuori

siepi alberi pali e case

case improbabili così veloci nella fuga

sorde case ronzanti di antenne

ma la campagna è verde e ha sapore lunare

negli angoli selvatici con

qualche sparuto animale muso in terra

indifferente al passaggio

immerso anche lui nel suo viaggio

ecco il controllo la voce geometrica

oblitera ogni scena ogni altrove

ecco ritorna il rumore serpiforme

parole in riga frasi assertive

il mio corpo stanco di captare

segnali nonsense

la testa una culla ovattata

allunga i suoi rami neuronali

peduncoli foglie nervature

rivolte verso il finestrino cercano luce

unirsi al verde tutto del mondo là fuori

rinfranca la vista dilata il petto

verdemela pacifico genio che si rigenera

capace di generare l’impossibile

cancellare ogni assenza ogni macchia

per l’ integrità dei nuovi frutti

coprirmi della sua polpa

coperta materna rincalzata

fin sulla fronte

stazione d’arrivo

si scende

*

Izabella Teresa Kostka

In the sentimental mood

Su questo treno sono salita per caso,

sperduta tra i binari senza più meta

cercando invano le inutili risposte.

Scrostato convoglio privo di gente,

rifiutato da tutti e dalla speranza,

un mezzo disperato nel viaggio nel nulla,

come me,

in fuga costante dalla tua mancanza.

Noi, siamo sempre stati

come treni su binari opposti

deragliati di notte tra i cerchi di fumo,

sconfitti dallo scoppio dell’imminente lussuria,

gettati in pasto della follia

interrotta all’alba dai fischi della ferrovia.

Ora sono sola,

arrugginita come pezzi dei rotti bulloni

inchiodati al suolo d’un’antica stazione,

in attesa perenne d’un convoglio felice

seduta su uno zaino riempito di malinconia.

Un’ombra errante nei vicoli ciechi…

Farò mai un viaggio sereno

munita d’un biglietto senza ritorno?

*

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