Karol Wojtyla
Magnificat (inno)
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Esalta, anima mia, la gloria del Signore,

Padre d’immensa poesia – così buono.

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Egli ha cinto la mia giovinezza di un ritmo stupendo,

ha forgiato il mio canto sopra un’incudine di quercia.

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In te risuoni, anima mia, la gloria del tuo Signore,

Artefice dell’angelica Sapienza – Artefice clemente.

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Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite

nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante –

grato, perché misteriosamente rendesti angelica la mia giovinezza,

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perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta.

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Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi

– la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –

Ecco, io sono la terra dei campi, sono maggese assolato,

ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra.

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Benedico la Tua semina a levante e a ponente –

Signore, semina generosamente la tua terra

che diventi un campo di segale, un folto di abeti

la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, della vita.

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La mia felicità – grande mistero – Ti esalti

perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,

perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,

perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia

e in questa melodia Ti sei svelato in visione – attraverso il Cristo.

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– Guarda davanti, Slavo! io falò di Sobótka

Non ha perso le foglie la quercia sacra, il re degli alberi

non si è inaridito,

anzi, è divenuto come un dominatore ed un sacerdote del popolo.

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Esalta, anima mia, il Signore, per un silenzioso presagio,

per la primavera echeggiante di gotica nostalgia,

per l’ardente giovinezza – il calice inebriante del vino,

per l’autunno che ha sembianze di stoppe tristi e di erica.

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EsaltaLo per la poesia – per la gioia e il dolore!

– Gioia di dominare la terra, il cielo e l’oro,

perché nelle parole s’incarna la delizia e l’ardore delle generazioni,

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perché Tu cogli questa maturità che Ti si stende davanti.

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Dolore – la tristezza dell’indicibile

quando la Bellezza ci avvolge in un’onda d’estasi,

Sobótka la festa pagana celebrata con canti e danze intorno

ai falò nel giorno di San Giovanni.

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Dio si china sull’arpa – ma sulla distesa rocciosa

il raggio si spezza – manca forza alle parole,

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mancano le parole. E mi sento un angelo caduto –

una statua sul pietrame – sul piedistallo di marmo;

ma Tu alitasti nostalgia nella statua e nello slancio delle braccia

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così si solleva e anela – uno di questi angeli io sono.

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E ancora Ti esalto perché Tu sei l’approdo,

la ricompensa d’ogni canto – il giorno del sacro pensiero –

e la gioia echeggiante dell’inno materno,

il silenzioso compimento della parola – Sei il Culmine, Elì!

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Sii lodato, Padre, per la tristezza dell’angelo,

per la lotta tra canto e menzogna, il combattimento ispirato dell’anima–

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–Tu annulla in noi l’amore per la parola

e spezza la forma che, come un uomo vano, si gonfia.

Cammino sui Tuoi sentieri – io, un trovatore slavo –

suono durante i sobótki per pastori e ragazze tra le greggi,

– ma il canto orante, il canto immenso come la terra

lo getto al piede del trono di quercia, a Te Unico.

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Sii benedetto, o canto tra tutti i canti!

Sii benedetta, semente della mia anima e della luce!

Esalta anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle

il velluto e il raso sovrano.

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Benedetto è l’Intagliatore di santi, Slavo e profeta –

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Abbi pietà – io canto come un pubblicano ispirato –

Esalta, anima mia, con il canto e l’umiltà

il Tuo Signore, con l’inno: Santo, Santo, Santo!

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Il canto, ecco, si unifica: Poesia – Poesia!

– il grano anela come l’anima mia, che soffre insaziabile –

– che i miei sentieri si stendano all’ombra di querce, di betulle,

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che la mia giovane messe sia gradita al Signore.

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Libro Slavo di nostalgie! Echeggia sui confini

come gli squilli degli ottoni nei cori di resurrezione,

con vergine canto sacro, con una poesia reverente

e con l’inno dell’Uomo – Magnificat di Dio.

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(Cracovia, 1939, primavera-estate)

 

 

Ave Maria1

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