Da Quaderni di arenaria

Vol. 9°

.

Felice Serino

Marina

sull’onda bianca della pagina

inavvertita la musa

come un’ala si posa e

si china discreta

a ricreare di palpiti un vago

sentire di mare

Nell’ultimo

a Madre Teresa

di Cristo mi graffia

la bellezza

tocco

nell’ultimo la sua

dolorante carne

La condanna

(a tutti i carcerati e alla loro metà)

bianco urlo dell’altra metà del cielo

(tempo scandito

a elaborare:

due prigioni – di qua di là

delle sbarre

-patteggiare dell’essere

con lo stillicidio che squaderna le ore)

dal fondo del mondo

luce ferita dove è terra

di nessuno

dove il cappio oscilla

Al parco

(fuori da un periodo depressivo)

vade retro male di vivere

nuova luce

di orizzonti leggo nello sguardo

dell’anziano sottobraccio nella

macchia di sole a farci isola

ora che nuovi

m’appaiono i semplici gesti

un sorriso una parola

forse questo

il senso mi dico

Lui ben sa

utilizzarmi” al meglio

va-de re-tro mal du vivre

ti riconosco dal tuo odore

acre ti ricaccio nel buio

fondo

Nell’aria vegetale

si aprì il mattino azzurro

nell’aria vegetale

come un mare nel seno del cielo

e da una costola

per lui Egli la plasmò

dalle sinuose forme

a far tondi gli occhi vogliosi

d’un amore tendente alle

stelle

Far posto all’angelo

dev’esserci forse un angelo

alla mia sinistra

e sì che per natura

non sopporto nessuno da quel lato

camminando per strada

che non sia una benefica presenza

chi mi accompagna nella luce

declinante degli anni

non sa di dover fare

posto all’angelo

che provvido

mi aiuti a scalzare

ogni giorno la morte

Nuvole vaghe

le nuvole vaghe a guisa di pegaso

o capra e in pacato risveglio

il sangue del tuo ieri connesso

alla vista del bimbo nel levarsi

dei piccioni in volo davanti

ai gridolini acuti e

più a lato

della piazza il vecchio

in carrozzina

tornato bambino a ricordarti

l’esistere parabola

di carne

nel pulsare dell’universo

e il conto degli anni

i voli pindarici del

sognare

Vita di mare

essere circoscritto

nel tuo spazio ti sta stretto

assumere come l’acqua

la forma

del suo recipiente ti deprime

aneli come la sorgente

alla sua foce

amalgamarti coi fondali marini

conoscere

l’alfabeto dei pesci

gli anfratti i fatti

del giorno dispute e amori

coordinate d’una

vita di mare in divenire

le tempeste che tengano

l’anima tesa sul grido

come achab

Simile alla vita

simile alla vita il morire

mi dici

naturale ma strano se ci pensi

vi si entra con uno schiaffo e

se ne esce con una

manata di terra

con un io ridimensionato

m’immagino di sparire

come chi in sogno segua

una successione di stanze

allora uccelli vedrei uscirmi

dalla testa

nel becco i versi d’una vita

Nuova poesia

Non dirmi

che questa in grafia minuta

è “inconsistente” come

la mia “collezione di farfalle”

cielo grigio si riflette

negli occhi

-unforgettable

piove l’immagine

di te attraverso il vetro

mentre

il marciapiede si allontana

ho da dare i miei occhi a quel che passa

Critici

(semiseria)

ti mettono a nudo sulla pagina-lenzuolo

ravvivano il grido di luce

della parola sofferta

concepita nelle viscere

ove hanno asilo le lettere del sogno

vanno con la lente fino

all’intimo pertugio

ti spellano rivoltano

risalendo al lampo

della musa

dove regna la parola annunciata

hanno l’aureola da edotti

sotto i soli bianchi delle lampade

Vita contromano

(a James Dean)

teso sul grido

d’una vita contromano

animo di ragazzo bruciato

a perderti in un oceano di

spleen

brami ti visiti in sogno

nel risalire dagli anni

la dolce madre

-profondità celestiale-

le dita affusolate

nei capelli

Emilio Paolo Taormina

Da “Nerina”

ormeggiata

sulla scogliera

la luna

è una sonagliera

carri di vento

la trascinano

verso nord ovest

nel buio

i manichini

escono

dalle vetrine

passeggiano

tenendosi

per mano

l’alba

ha sulla pelle

squame

di pesce

la sirena

è morta

sulla spiaggia

dei limoni

la folla è un corpo

ha voce

alito di cemento

e motori

il latrato del cane

sull’orlo

della luna

sullo specchio

delle acque

i cieli

dell’infanzia

negli occhi

stanchi

del barbone

rannicchiato

nel cartone

pigolano stelle

nel vento

il promontorio

non alza le vele

per prendere

il largo

s’abbraccia

all’isola

come un bambino

alla madre

(Dalla raccolta inedita “Nerina”)

 

 

lampada

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