Giovanni Baldaccini

Da: Oltre il varco di notte

.

mi scrive di silenzio

qualche volta

la vita

Si ferma: oltre la strada niente. Né lateralità.

C’era un forse, quando si resisteva a questo dove

ma domani è un pensiero impronunciabile

e riferire è inutile.

A volte

mi fa male la stella

la luce

le stagioni.

Ho male al precipizio che non dorme

e all’angolo del tempio

e per quanto mi arrampichi

non trovo più la chiave

per caricare dio

o per lo meno un demone malato

un deserto

una vela

un accidenti simile a qualcosa

o un timore accalcato

di quelli sparsi dentro la credenza

o un buco

d’universo o di fogna

e la sera

un infinito senso di distanza

pertanto: consultare ricordi.

Intanto s’accostava

una diversa forma di colore.

Io mi chiedevo se si comportasse

come fanno le ore

che coprono lo spazio circostante

generalmente bianco

tra una lancetta e l’altra

ed il rumore

fino a quando sorpassa

e aspetti

come un giro di terra.

Per conto suo quest’ultima vagava

al confine infinito

di una galassia minima sognante

d’esser parte

di un universo enorme

ma l’indaco nel nero

sfuma come le luci

sempre troppo lontane da afferrare

stelle.

Dunque cambiava

come la luna i quarti

ma la velocità di sparizione

non riguarda le mappe

dove rappresentiamo le stagioni

le nudità

gli amori

gli spasimi del sole

il firmamento

vele di vento come le parole

o il paradiso fisso sopra un muro

come fosse un giudizio

o un miracolo vero

mentre mi appunto l’attimo

e magari il tuo viso

lateralità

se mi sguscio:

impossibile dirlo.

Occorrerà

a noi dannati sparsi

ricucire la terra

ed accerchiare il campo delle stelle

a riempire la sorte

lungo il moto incessante

del lunario animale

e chiudere le porte dell’eterno

perché ritorna

mentre per noi il sollievo è nel finire.

Occorrerà redimerci

dall’universo sparso

dove noi costruiamo storie magre

che qualcuno dimentica

quando la luna scende ombra di terra

sale

l’indefinito

e noi malati cronici

parliamo malattie

e asserragliati al limite

dell’anima alla morte

occorrerà tracciare

rotte diverse

a scoraggiare il Grande Indifferente

che circonda la terra

e le approssimazioni delle stelle

[…]

Foce di mare tesa ad altra riva

questo mio galleggiare involontario

e la sete

che le conchiglie hanno delle perle

se gira la libellula la luna

unica luce appena

vascolare

queste vene d’attesa

che rompere sarebbe una follia

quando i battelli scendono dal mare

a meno che Venezia m’invitasse

alle sue Fondamenta

dove la morte a sera perde l’ombra

e l’acqua non è mai nei suoi riflessi

e tu sfuggissi

ma sentirei suonare il cucchiaino

di una tazza di tè che mi offriresti

nelle isole al largo

e la deriva

mi piacerebbe chiederle di noi

dei nostri camposanti

ed altri angoli

che i documenti scadono

mentre per traversare

facciamo una fatica maledetta

che gli uccelli non spolverano il vento

e gli alberi la strada

mentre il sonno la sera

sconcerta i lineamenti

come la mia figura d’evasione

che non ha senso chiedere la grazia

se poi ci scappa il morto

e il morbillo ritorna a imperversare

ma il male cui mi affido

ha un contagio diverso

ma lei s’illude

se confida negli attimi

che il caso non fa sconti

ed è finito il tempo

dei miracoli a breve

ma legga qualche volta, legga ancora

al lume della luna

che ai cipressi farà certo piacere

ascoltare la sera

.

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