Matteo Bruni

Notti marine

 

I

Ora a vederti mi dura fatica,

a sentirti, dall’udito serrato

mi si versa la vita.

Ti odio per il sentimento pescato

per illegittima curiosità,

non normale voracità,

che su scogli salati tu hai lasciato,

disertato e indifeso, a persuadere

a nera malinconia il sole,

come un’incolore medusa

Fuori dall’acqua, dentro l’aria esclusa,

Su uno scoglio salato

lasciata a soffocare,

respirata dal sole a evaporare.

 

II

Trovai sul molo ruvido una perla,

uno scrigno, piuttosto,

d’oro lucente,

quando nel buio

il giorno, agonizzando,

rilascia gli ultimi sospiri e muore.

Seduto su uno scoglio,

contai tutte le stelle

e una conchiglia ai piedi

mi disse, che non ha occhi:

“risultano infinite

quelle che avvisti ma

per quante ne siano esse

non sono ancora tutte”.

 

III

Una nave fischia, lontana,

Nella profondità notturna.

Un campanile resuscita le ore

Passate e nel silenzio cupo

della terra a tratti morire

i giochi e i sogni effimeri degli uomini

sembrano. io tra le alghe marine

seguii sentieri di correnti

fredde, appagando nel sale il mio nuoto

senza stile, ciò nonostante

efficace naturalmente,

che, può darsi, m’inventi nelle vene

un passato intero vissuto

per generazioni sul mare.

a balzi ripercorsi le presunte

origini della mia vita,

tra le spiagge degli avi miei

marinai, che macchiarono il chiarore

abbacinante dei marosi

coll’ombra errante della loro

navigazione, meteora, che lascia

una coda di canti e schiuma.

Quale tentazione colpisce

l’uomo, quando l’assale il desiderio

del mare? che immaginazione

affascinò i padri, di solida

terra ricchi, a cercare appigli negli

orizzontali e verticali

perigli del mare? nel gioco

circolare dell’onda spiai, protetto,

la luce lunare e mutava

il raggio i suoi messaggi in ombre

cifrate, proiettate sagome oltre

la vista misera dell’uomo

mortale, spiai i viaggi dell’uomo,

folli, e il coraggio prodigato sulla

piattezza ingannevole del

mare fedele, il valore, salvezza,

morte sul rigoglio del mar ribelle,

l’approdo nel giorno di un mondo

nuovo, il desiderio urticante

del ritorno e l’approdo al molo patrio.

Ascolto, e adesso le correnti portano

altrove. verso la terra mi volto

e il cielo è sporco di granitiche,

nubi, continue a coprire l’intera

volta stellare. Aspetto. Ed ora due

continenti d’acqua mi lottano.

Salto al cielo, poi subito m’immergo.

A chi appartengo? Con ben comprensibili

parole nessun padre mai

mi risponde in un mondo, il cui elemento

unico è l’acqua e non esiste suono

umanamente percettibile.

Dove nacqui? Due continenti d’acqua

mi lottano. nel cielo il tempo cade

attraverso l’aria, trecento

secondi insieme d’un colpo precipitano

sul mio respiro, secondo un modello

migliore di quello proposto

dall’orologio, il tempo crolla dentro

l’aria, la sgretola, sgretola il mio

corpo, materia inattingibile,

indivisibile, ora non esisto

più nello sforzo della prima scelta

e divisione…nelle onde,

nella pienezza di correnti il mio

corpo è poroso, inconsistente. l’onde

m’attraversano, ingoiano. i gesti

sono alghe, si confondono, spariscono

in una infinità di gesti non

miei, ma ai miei identici. metà

nel cielo, dentro i passi della pioggia,

metà nel mare, negli schianti ondosi,

ecco, io esisto senza passato,

né padri né memoria, anfibio essere

metà eterno, metà mai nato, anfibi

acqua e terra, acqua e cielo. Verso

terra lo sguardo si riscuote, un fuoco

lontano la brucia. io mi prendo il vecchio

mondo e il nuovo, lo stesso, il mio,

mentre riprende il campanile il conto

delle ore che verranno

mentre la nave ormai non fischia più,

divorata dalla mandibola

della notte salata.

 

IV

Mi siedo su uno scoglio

Bianco, come energia,

Abbacinato in memorie presenti,

che, come l’orizzonte,

tendono a dileguare e poi sfuggire.

Attorno a me non c’è

Nessuno

Sul bianchiccio e roccioso

Braccio di uno sciatto molo,

prolungato a strappare al vasto mare

Il disordine naturale,

non la promiscuità, mi son seduto.

Intorno a me non c’è

Nessuno.

Qui c’è una pietra aguzza,

che ruba al sole gli angoli;

c’è un uccello terrestre,

che s’è bagnato l’ali;

c’è una coppia di granchi, negri

grumi sulla pietra corteggiano

il sale, in circolo salendo

attorno alle loro figure

di danza, che risulta irriconoscibile

per la troppa lentezza, che supera

d’un balzo ogni ritmo possibile,

finché l’onda li ruba,

tra le alghe repentinamente,

momentaneamente, improvvisamente

riappaiono distanti, vicini

si ritrovano, sembrano

marciare, ma in verità danzano

attorno al vuoto, tutto fra se stessi.

Qui, nei paraggi del vuoto non c’è

nessuno.

 

V

A che non assomiglio il mare! Il mare

m’incatena e pulisce i piedi miei

coll’ incessante tremolio delle onde.

e non è questa forse l’attrazione

eterna degli elementi, l’eterna

lotta d’amore e odio tra gli enti

contigui? E non è forse l’innocenza

bianca che da bambino mi balbettò,

soffocandomi in un irresistibile

abbraccio assai salato, molto simile

a quello che a me diede la mia vita?

A che non rassomiglio il mare! Il mare

m’incatena e cattura il vago spirito.

Non è forse esso fratello del cielo,

complementare, speculare pietra

angolare? Io non sono forse come

il mare, io, se non ho nomi, passati,

futuri, né possibili o reali, io

e il mare e il cielo e l’essere tra noi

e dentro? Non sono io libero forse,

come il mare, se solo scatenassi

le assopite e profonde onde, che cova

l’abisso mio, dall’apparenza immobile?

Libero, come il cielo, se le porte

apro, che i venti serrano dei miei

respiri, fatti atti, motti, pensieri?

Non sono forse tutte queste e ancora

altre onde in moto in perpetuo possibile?

Non sono forse simile al correre

loro, fluire e rifluire ovunque e senza

meta, se non nella gioia che scompare

nell’ingannevolmente scintillante

mattino in cui finalmente deponiamo

la festa della schiuma sulla riva

indissolubilmente indifferente?

Il mare, a che non rassomiglio il mare!

 

VI

Gli scogli sono piedi di luce

fra le onde,

gli scogli sono sogni di notte

fra le scure ombre,

gli scogli sono ponti di rocce

fra distese di sabbia,

sono sedie attaccate al soffitto

sopra a un pavimento che scorre,

sono indipendenti al mare,

resistono alle onde e le dominano

in realtà ma anche indefessamente

dalla lima salata dominati,

isolati, sperduti, solari

occhi, che hanno la forza di poter

vedere il mare, hanno in potere di

vedere nient’altro che la nausea del mare.

Anch’io, così, uno scoglio

nell’aria esser voglio,

voglio possedere la forza

di e non aver bisogno

d’altro che vedere del cielo

l’ansia in eterno incolore.

 

Fonte:

Quaderni di Arenaria vol. 6

HYPERLINK “http://www.quadernidiarenaria.it/” http://www.quadernidiarenaria.it

 

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