José Saramago

Afrodite

 

 

All’inizio, è un nulla. Un soffio appena,

un brivido di squame, la carezza dell’ombra

come nube marina che si sfrangia

nella medusa dalle braccia a raggi.

Non si dirà che il mare s’è turbato

e che l’onda prende forma da quel fremito.

Nel dondolio del mare danzano pesci

e le braccia delle alghe, serpentine,

le curva la corrente, come il vento

le messi della terra, il crine dei cavalli.

Tra due infiniti blu s’avanza l’onda,

tutta di sol coperta, risplendente,

liquido corpo, instabile, d’acqua cieca.

Accorre il vento da lontano e reca

il polline dei fiori e altri odori

della terra contigua, oscura e verde.

Tuonando, l’onda rotola, e feconda

si lancia verso il vento che l’attende

nel letto scuro di rocce che si increspano

di unghie appuntite e vite brulicanti.

Ancora in alto le acque si sospendono

nell’istante supremo di tanta gestazione.

E quando, in un’estasi di vita che comincia,

l’onda si frange e sfrangia sulle rocce,

le avvolge, le cinge, le stringe e poi vi scorre

– dalla spuma bianca, dal sole, dal vento che ha spirato,

dai pesci, dai fiori e da quel polline,

dalle tremule alghe, dal grano, dalle braccia della medusa,

dai crini dei cavalli, dal mare, dalla vita tutta,

Afrodite è nata, nasce il tuo corpo.

José Saramago

 

da “In quest’angolo del tempo”

 

 

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