Guido Zavanone

Forse la poesia

Non canta più la Tua gloria
1’ombra fedele
sotto l’alte navate profanate
dove un’orda di turisti in jeans
mostra spavalda
la sua nichilitate.
Esplode improvvisa una luce
abbagliante che illumina a scherno
le statue oranti che levano il volto
pensoso e persuaso all’Eterno.
Fuori
è lo smog velenoso, il rumore
sordido della città che produce
la vita violenta che preme, che odia,
la morte ignorata, nascosta,
in controluce.
Ogni cosa, ogni uomo che incontri
ha un suo calcolato costo.
Nessuno più aspetta nessuno.
Quaggiù per Te non c’è posto.
Fuggii dalla città che bruciava
all’ossidrica fiamma del tramonto,
da un’ambulanza una sirena gridava
la paura di essere al mondo.
Cercai rifugio in un bosco
funebremente annerito dal fuoco, da tutti
dimenticato.
Nel silenzio un uccello cantava,
lui forse T’aveva trovato .

*

Padre Nostro

“O Dio non startene quieto
non restar muto ed inerte, o Dio.”
(Salmi, 83)

Padre nostro e dei massacrati del Ruanda,
dei bambini di Bagdad e di Gaza, dei popoli
che vagano nel mondo
senza patria e senza speranza,
Padre che sei nei cieli, e in terra
tutto questo accade,
sia santificato il tuo nome
però non da quelli
che sempre lo hanno fatto
pii oppressori di popoli, affaristi
arricchiti con la frode né da quanti
benedicono costoro e te, Padre,
santificano a parole. Venga
il tuo regno e sia la pace, torni
la trepida colomba
all’Arca del tuo patto.
Donaci
il nostro pane quotidiano. Tu che nutri
gli uccelli del cielo non scordare
la pallida fiumana dei tuoi figli
in fuga dalla sete e dalla fame.
I nostri debiti
rimettici, ma tutto
quaggiù non si potrà perdonare.
Padre,
la nostra tentazione è liberarci,
da noi stessi. Dal Male.

*

La speranza

La speranza si è rifugiata nella stiva
di un vecchio e arrugginito bastimento
tra le grida soffocate ed i lamenti
di un popolo stremato e fuggitivo.
Vanno verso luoghi sconosciuti, invocano
un dio che non li ascolta.
Sulla terra che ci ha partorito
noi li attendiamo sgomenti, sapendo
che i nostri granai sono colmi, ma vuoto
è il cuore e la mente.
E ci aggiriamo smarriti
tra i fuochi
che ad uno ad uno si spengono,
tra gli avanzi
di banchetti opulenti e vane
dichiarazioni d’intenti.
Dal mare turbato, verso di noi avanza
una moltitudine che nulla possiede
se non il palpito
della speranza.

*

Ti penso

Ti penso in quest’ora
che le saracinesche dei negozi
si schiantano nel petto, ghigliottinano
le nostre speranze.
Quali misteriosi paesi di confine
abita oggi il nostro spirito turbato
se scorgo figure ben salde
trascorrermi innanzi abbracciate a fantasmi?
Care sembianze, amici
troppo miti per trovare un posto
nelle pagine frettolose della storia,
fanno ressa poi si dissolvono
sullo schermo della memoria.
Tu resti. Come quella sera
sul terrazzo noi due soli a guardare
il cielo venirci incontro
uccello immenso che spalancava l’ali
azzurre fino all’orizzonte.
Mi restano i tuoi versi, che trascorre
una delicata brezza
quell’aria di famiglia che s’avverte
tra poesia e tristezza.

*

Il sogno

Dio si è raccolto pensoso
in un angolo remoto del cielo
nella gloriosa maestà del silenzio
mira non mirato in terra
nulla di cui s’allieti.
Brulica
nel grande campo la stirpe
tracotante di Adamo, avvampano
luci accecanti, in roghi immani
si torcono i boschi, si prosciugano
i fiumi, già si spengono
ad uno ad uno i mille sguardi del mare.
Una roccia si è staccata che era
la salda certezza della niente, rotola
in un bianco d’occhi lungo i fianchi
gravidi di morte, alta, severa
la sua groppa d’ira che abbatte le dimore
dei viventi e dei morti, rompe gli argini
maestri, un cupo suono corre le vallate del cuore, i verdi prati
sommerge un odio limaccioso e cieco; ora nel campo
già fiorente di messi imputridiscono
i semi della speranza terra e acque
copre impietoso un sudario di fango.
Sognai Dio che fuggiva,
la terra gli franava sotto i piedi, il mare,
i fiumi uscivano dal loro letto, tremando i monti
precipitavano dai loro cardini, robot
impazziti lo inseguivano con
lunghe lingue di fuoco, “chiuso per morte”
sui portali dei templi, le porte
delle case, gli antri dei boschi
gli si chiudevano dinanzi,
sgretolandosi, accartocciandosi il creato
nelle tenebre s’avventava contro di lui.
Egli
verso di me correva, d’improvviso
fattosi colomba d’aria, battito
di luce si confondeva al battito
impazzito del cuore.

* * *

Nella notte tra il 26 e il 27 febbraio scorso, se ne è andato Ignazio Apolloni.

l’inizio e la fine

contro ogni legge che conosca
nell’esplosione della nuova devastazione
e le modelli
e le calchi
le particole amorfe, e le rinserri
che colga, pregni e saturi di sé
nell’altalena vagante d’una meta nello spazio
NEL TEMPO
ogni storia ha la sua morte, la sua vita, il suo inizio
l’inizio del tempo
la vita
morte
la

Nota: Va letta dal basso *

* Da: I. Apolloni, L’inizio e la fine, in Antigruppo 73, 1° vol., Cooperativa operatori grafici,
Giuseppe Di Maria Editore, Catania 1972, p. 13.

Fonte dei testi:
Quaderni di Arenaria vol. 7
http://www.quadernidiarenaria.it/quadernidiarenariavolume7.pdf

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