IN MEMORIA DI PIER LUIGI BACCHINI
DUE POESIE

 

PUNTO DI RIFERIMENTO

Lo specchio sfaccettato, e la cameriera
che roteava con lui, moltiplicata
nelle luci riflesse – sprazzi
come stelle – e il bicchiere della mia fantasia,

umiliata in un succo di pompelmo. All’esterno
la strada, auto
dietro i vetri, i passanti; non siamo
come siamo, da non crederci – estesi
più nella memoria e nel pensiero infinito
e nell’ansia amorosa,
che nel breve spazio. Urne
minime. Straniti
nell’osservarci da qui, simmetrici non simultanei,
con orologi atomici
tra moti astrali, velocità incrocianti, orbite nuove.

*

 

 
NOMI

Perché trovarsi nella solitudine disperatissima di viole
o di giunchiglie
e abbandonare questa città
col ricordo gioioso e protettivo
d’un sole meccanico che si riflette, e il frastuono,
i vetri ampi dei bus
rispecchianti facciate in movimento? E il daffare, i ristori
e i tavolini
come cimiteri già fioriti, che spuntano di bacche
e di sorrisi.
Gente che si ritrova
con memorie così lontane
da sembrare velari trasparenti.
I giorni dei viaggi, quei baci che si scambiano
tra monumenti
e i dipinti nelle gallerie.

Quando l’uomo ha scavato le cripte,
con le pietre enormi di sostegno e le colonne,
con i nomi dei pellegrini antichi nei muri
sotto una mano d’intonaco, allora si amano
le meditazioni,
soltanto allora, in quei luoghi. E le giunchiglie si amano
quando ci si accompagna e si ride
e si beve la bocca dell’altra – così il nome divino
si colora di noi, delle nostre essenze
profumate e artificiali. E’ difficile scontrarsi
con la città di Dio
a tu per tu
con la sua robustezza selvaggia e l’inafferrabile grazia.

Le nostre anime
sono firme lasciate nel cielo, come i pellegrini,
che le affidano all’ampiezza affrescata
delle cupole e delle absidi.
Ma gli inganni degli uomini a poco a poco ci deludono
– le loro scaltrezze –
e alla fine ci annoiano, e la vita che si cerca è solo la musica
i grandi cori sinfonici, e il risalire di un violino
e la memoria senza fine antica dei suoni.
[dalla rivista ATELIER]

 

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