Febbraio
E’ prato molle di prato il riposo lento
dove l’ombra guarda scura .
Questa poca luce bianca e liquefatta
è stretta in secche dita moribonde
vivo di questa luce di rovo
fredda di letargo cieco.
L’aria torce all’alto raggelata la sua mano;
se io potessi riposare come si posa l’ombra
vuoto d’incerti passi sordo del mondo,
(cieco del vento
vigliaccamente lontano,
vedrei d’inverno tremare la prima viola.
Preghiera per l’Italia
E il vento del mio dio vacante
(verrà,
in sottili soffi a cesellare
l’arca e la zana
a divellere astute menzogne
a svecchiare il suolo.
A pulire le mani melliflue
di impiegati arrivisti
dalle cortesie untuose,
a registrare i silenziosi boati
( della miseria.
Verrà a dirmi del nuovo, a dirmi
( che la morte è già vinta.
A dirmi che nessuna foglia cresce
(inutilmente.
Nuove parole che non troverò
( sul dizionario
a dirmi di cieli e di barbagli nuovi,
di lavoro e di sorrisi, del canto
a bocca chiusa d’una balena.
Del pino secolare che abbiamo
(tagliato impunemente,
dell’erba madre e amica che ci perdona
(e ci aspetta sui prati,
dell’arcobaleno che ha i colori
di tutte le bandiere del mondo,
del gatto custode della casa ,sull’uscio
(ad aspettarci.
Senza nome
Eventi come flutti neri della notte
mi giungono dal lontano;
suoni e luci che del tenue
solo gli animali sentono.
Ci è chiuso al nostro cieco e sordo
(angolo.
Noi di latta di plastica,noi figuranti
senza il nome vero delle cose.
Vico Vegetti
I campanili bruni della sera
intorno alle costrette vie
parlano la musica
che si racconta a queste mura.
Sogna Dino con me che io non sogni,
per me canta che io non canti.
L’arte antica dell’ascoltare
stringe in questo luogo
magica la pietra e l’acqua.
Piove lucida e vibrante la corda
l’insidia fredda dell’immagine
non vince la musica sorgente
e in ogni dove e sempre di quel quando,
invade Dino il selciato d’acque.
“Faccio riferimento al soggiorno prolungato di Dino Campana a
Genova (abitava in vico Vegetti ,presso piazza Sarzano)”
Piernico Fè

